Recensioni

fantasmi-nell-armadio COPERTINA RAFFAELLO

FANTASMI NELL’ARMADIO

Recensione dal sito libriebambini.it

Fantasmi nell’armadio, di Lorenza Farina
Fantasmi nell'armadio

La notte, il buio, l’obbligo di dormire nonostante i rumori nascosti e la fantasia che galoppa. Un vero e proprio incubo!

Davvero pensate che andare a dormire sia così facile per un bambino? Ha scoperto, giocato, inventato, creato, tutto il giorno senza un attimo di pausa. Corpo e mente impegnati in attività incredibili, motivanti e continue, e poi, a letto! Spegnetevi ora perché lo dicono mamma e papà!

Certo, la stanchezza dovrebbe aiutare, ma non sempre fila tutto così liscio. Basta una luce, un rumore, un rubinetto che perde, il vento forte, un cigolio… e la fantasia riprende a galoppare verso nuovi mondi.

Io ho ricordi molto nitidi in tal senso: da bambina vivevo in una vecchia casa di campagna, popolata da grossi ragni neri… inutile dire che la sera, quando tutte le luci si spegnevano, avevo il terrore di quei ragni!

Lorenza Farina conosce bene le emozioni e le paure dei bambini, e non a caso ci presenta oggi Fantasmi nell’armadio (Raffaello Editore).

Protagonista è Camilla, una bambina normalissima, vivace, allegra, talmente fantasiosa da udire strani rumori ogni notte. Alcuni reali, anche se inquietanti, altri… davvero insoliti. Come quel rumorino strano, nuovo, proveniente dall’armadio ai piedi del letto, o dalla cucina…

Rumori che appartengono a un fantasma, o a un lupo, o a un orco! E dai rumori passare alle immagini è un attimo!

Così dall’armadio ecco spuntare una coda di un lupo, e poi il lupo affamato intero! Ma Camilla è una bambina sveglia. Dopo un attimo di terrore puro ecco l’idea: offrire le caramelle al lupo! E perché non raccontargli una storia? I lupi però sono un po’ permalosi, si sa, quindi può capitare che quella favola proprio non gli vada giù, e decida di cambiare il finale. Nessun problema, piace farlo anche a noi!

Il vero problema di Camilla è che l’armadio non ha terminato le sorprese: ecco comparire un orco, un ranocchio… ma Camilla ha imparato il trucco è pronta a raccontare le favole anche a loro.

Storie classiche, riviste e raccontate ai suoi protagonisti, che non sempre apprezzano, per affrontare la paura del buio, paura normale di moltissimi bambini.

Personaggi buffi e paurosi, emozioni forti ma sapientemente affrontate da Camilla.

Un libro dolce

Un libro molto dolce e capace di affrontare le classiche paure con estrema gentilezza e avventura, per accompagnare i bambini verso la comprensione delle loro emozioni più profonde e contemporaneamente assicurare un sonno tranquillo.

Link

.

.

COPERTINA DEFINITIVA Il guerriero di legno

IL GUERRIERO DI LEGNO

Recensione dal sito libriebambini.it

Il Guerriero di Legno di Lorenza Farina, con illustrazioni di Manuela Simoncelli

Se pensate che un albo illustrato sia “solo” un bel racconto per bambini, un libro carino, colorato per incantare i loro sogni, allora siete davvero fuori strada. E se ne siete davvero convinti, non posso che augurarvi di dover leggere un giorno, a un bambino, la storia de Il Guerriero di Legno di Lorenza Farina. Ve lo auguro con tutto il cuore, perché scoprirete che una storia è tale perché abbraccia ogni età, ogni desiderio. Riesce a far sognare, anche ad occhi aperti, e scatena emozioni forti, sempre.

Lorenza Farina incanta con le sue dolci parole, e ci ricorda che la vecchiaia non è altro che la vita, ma una vita va sempre onorata, protetta, amata, e la sua storia va raccontata.

Il Guerriero di Legno

Così il Guerriero di Legno è un albero maestoso, fiero, capace di trasformare ogni parola in una storia. Vive nella Foresta di Parole, ma nonostante il nome non ha mai combattuto una guerra in vita sua.

È amato il Guerriero di legno, amato dagli alberi più giovani, ma anche dagli animali della foresta, dal sole, dalla luna, dal vento, dall’arcobaleno. E tutti adorano le sue storie.

Il Guerriero di Legno, intrecciando parole
corte e lunghe, parole pepate
e dolci, tristi e allegre,
in un battibaleno intesseva una trama
che lasciava tutti a bocca aperta.

Le storie di Guerriero di Legno sono meravigliose, incantano chiunque le ascolta.

Il tempo passa, trascorrono gli anni, gli inverni spietati e anche Guerriero di Legno diventa vecchio. E perde la memoria.

Zitto, nessun suono proviene più dalle sue stanche fronde. Si avvolge nel silenzio, come a voler proteggere il suo dolore. Ma Guerriero di Legno non è solo, gli alberi più giovani, custodi della sua memoria, iniziano a raccontargli le sue stesse storie, per aiutarlo a ricordare, per non dimenticare.

Un’illustrazione dell’albo Il Guerriero di Legno

Una storia che commuove

Questa storia mi ha profondamente commossa, lo ammetto senza vergogna.

Ci ricorda che siamo vulnerabili e ci inchioda nel presente sottolineando quanto esso sia in realtà legato al nostro passato alle nostre storie. Così anch’io ho ricordato le storie di mio nonno, della guerra della sua giovinezza, e le storie di mia nonna, fortissima donna, fiera della sua laurea, tosta insegnante nel dopoguerra. Ho rivissuto e abbracciato le loro vite, facendole nuovamente mie, perché sono parte di me.

Le illustrazioni di Manuela Simoncelli sono semplicemente perfette: accompagnano le parole del libro, ma contemporaneamente spiccano per dolcezza e sintesi. Come a voler cullare, rassicurare, il lettore.

Un libro per tutti, perché i bambini rimarranno sicuramente incantati di fronte a questo vecchio, instancabile e abile albero, ma gli adulti non potranno fare a meno di ricordare… e legheranno le loro memorie al presente, e si fermeranno a pensare. Per non dimenticare.

Link

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

Recensione dal sito ilrosicchialibri.it

Il Guerriero di Legno non era un vero e proprio guerriero, era un albero maestoso dalla chioma color smeraldo e le sue “armi” erano le parole. Perché il Guerriero di Legno era il contastorie della Foresta di Parole.

Da quando era nato era sempre stato un contastorie e aveva sempre pronta una storia per chiunque gliela chiedesse.

Dalla sua chioma di giorno e di notte fuoriuscivano le storie che raccontava agli alberi più giovani e ai piccoli animali che si rifugiavano sui suoi rami.

Aveva storie per tutte le orecchie disposte ad ascoltarle: ninnenanne, storie colorate, storie in bianco e nero, storie in rima, storie condite con gli ingredienti giusti… tutte le storie del mondo abitavano fra le sue foglie, e il grande albero non si stancava mai di raccontarle, raccontava e raccontava fino a quando la sua voce si riduceva ad un piccolo sussurro.

Quando il Guerriero di Legno dava vita alle sue storie tutta la foresta si fermava ad ascoltarlo, anche il Sole Cocente e l’Arcobaleno interrompevano il loro percorso nel cielo per ascoltare le parole del Guerriero di Legno.

E fu così per molto, molto tempo.

Passarono le stagioni e il Guerriero di Legno lentamente invecchiò, il suo tronco si riempì di rughe, il suo fogliame si diradò e il freddo dell’ultimo inverno portò via la sua memoria.

Divenne come una pianta senza radici.

Quando gli alberi e gli animali in primavera tornarono dal loro contastorie trovarono un tronco immobile, muto e svuotato di tutto.

Gli alberi più giovani allora si misero a raccontare le storie che avevano imparato dal Guerriero di Legno e presto la foresta si riempì nuovamente di parole.

“Il Guerriero di Legno” è una storia poetica che affronta un tema delicatissimo: la perdita della memoria.

Il grande albero, fulcro della Foresta di Parole, invecchiando perde la sua chioma (la sua testa) e le foglie, custodi delle sue parole, volano via insieme ai suoi ricordi, proprio come accade ai malati di Alzheimer, che lentamente scompaiono per diventare un tronco vuoto, un albero immenso spogliato della sua maestosità.

Però il racconto si chiude con un messaggio di speranza: tutte quelle parole, quelle storie, quelle memorie non sono andate perdute, rivivono in coloro che le hanno udite e le tramanderanno alle generazioni future.

Un racconto toccante, intriso di poesia, che attraverso una semplice metafora affronta un tema difficile da capire e da accettare, soprattutto per un bambino.

Una piccola opera d’arte, dove si vede che ogni parola è stata scelta per la sua bellezza, arricchita dalle suggestive illustrazioni di Manuela Simoncelli.

Link

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

Recensione dal sito sullestradedeilibri.it

“Il Guerriero di Legno” di Lorenza Farina e Manuela Simoncelli Ed. Paoline

“Il Guerriero di Legno” di Lorenza Farina con le illustrazioni di Manuela Simoncelli pubblicato dall’Editrice Paoline è uno splendido albo illustrato narrato con rara grazia stilistica.

Vincitore nel 2009 nella sezione Racconti inediti per l’Infanzia del Concorso Letterario Nazionale “Il gusto del racconto”, il libro dato alle stampe recentemente regala ai lettori lo stupore e la meraviglia di un viaggio unico e sensazionale.

Sin dalle prime pagine colorate con tonalità tenui e soffici, ci si addentra nella Foresta di Parole dove vive “un albero dalla rigogliosa chioma verde smeraldo”. Un intrico di rami sormontati da una nuvola di foglie si infittisce sulla cima dell’albero, protagonista di una storia delicata e commovente.

La raffinatezza creata dall’alchimia tra testo e immagini cattura l’attenzione così seguendo le parole scelte con dovizia si scopre una narrazione sublime dove la prosa si confonde con la poesia.

Fiero e impavido è il Guerriero di Legno, l’albero contastorie, conosciuto e apprezzato da tutti gli abitanti del luogo per la sua bravura nell’inventare dei racconti incredibili, di tutti i generi; in grado di soddisfare le esigenze di quanti a lui si rivolgono trepidanti di immergersi in avventure strabilianti, fantasie che sembra desiderino “uscire per prime da quell’intrico di rami e fronde”.

Immagini raffiguranti alberi animati popolano il testo, sguardi complici tra il contastorie e il suo uditorio, sorrisi sereni e libri aperti colmano le pagine dell’albo.

Piante e animali non resistono all’incanto di lasciarsi cullare dai racconti del Guerriero di Legno, impavido narratore di storie, così non c’è giorno in cui Gufo Occhigialli, Scoiattolo Codafolta, Corvo Pennanera e perfino Arcobaleno con Luna Piena, Sole Cocente e Vento Ventoso non perdono occasione per prestare orecchio all’incantesimo che l’albero sa creare donando miriadi di parole che fluttuanti nella foresta si posano adagio nei cuori degli abitanti del posto.

“Soffiarono i venti sulle stagioni e sugli anni. Il Guerriero di Legno diventò vecchio, il tronco rugoso, le radici rattrappite, la chioma rada. Estate assolata finì. Autunno Nebbioso se ne andò lasciando dietro di sé il suo strascico di foglie. Inverno Gelido si affacciò all’orizzonte con raffiche taglienti di tramontana che soffiarono inesorabili, spazzando via le foglie, scuotendo i rami, sradicando gli arbusti più teneri”

In quel triste inverno avvenne qualcosa di terribile, qualcosa che cambiò profondamente la vita di Guerriero di Legno tanto da farlo sentire come una pianta senza radici eppure il “Tenebroso silenzio che lo scuoteva fin nel profondo” fu colmato dal dono degli amici che per una vita intera avevano beneficiato della gentilezza e cordialità dell’albero.

Il vuoto che aveva spezzato via i ricordi, le parole, la fantasia dell’albero venne gremito dall’affetto sincero di quanti fecero sbocciare una nuova “primavera delle parole” dove perfino gli alberi più giovani consolarono Guerriero di Legno dal torpore che lo caratterizzava.

Ancora una volta Lorenza Farina conferma di essere un’attenta e competente autrice di testi per ragazzi affrontando delle tematiche ostiche con un linguaggio che parte dal cuore con la forza di un sibilo che non teme i venti della tempesta e approda dove sa, nello scrigno dei sentimenti certo che neppure l’amnesia possa cancellare le emozioni.

La simbologia da lei utilizzata quindi l’importanza di ricorrere agli elementi della natura, la metafora dell’albero senza radici, le allegorie che arricchiscono il testo come le foglie che cadono rappresentando la perdita della memoria sono frutto di una profonda sensibilità.

“Il Guerriero di Legno” ha il merito di spiegare con un linguaggio nuovo, la complessità di una malattia come l’Alzheimer, aiuta a decifrare cosa avviene alla persona che ne soffre e di come l’incapacità di riconoscere i propri cari siano le conseguenze di una patologia che mette a dura prova anche chi ha il compito di sostenere i “Guerrieri di Legno”.

La valorizzazione del legame intergenerazionale, l’importanza di far sentire gli anziani parte attiva della società e l’esaltazione del racconto quindi della parola come ponte tra più soggetti sono ulteriori aspetti che rendono prezioso il lavoro editoriale.

Link

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

Recensione dal sito youkid.it

Lorenza Farina, illustrazioni di Manuela Simoncelli, Il Guerriero di Legno, Edizioni Paoline

Con il ritmo e la magia di una fiaba classica, entriamo all’interno della Foresta di Parole, dove “c’era una volta” un albero forte, dal tronco slanciato e snello e dalla chioma rigogliosa. Grazie al suo aspetto, tutti lo conoscono come Il Guerriero di Legno, ma questo albero non ha conosciuto guerre, la sua unica passione è raccontare storie.

Protagonisti di questo albo delicato, scritto da Lorenza Farina, sono gli abitanti della Foresta delle Parole – sia gli alberi che gli animali –, insieme al Sole, alla Luna, al Vento e all’Arcobaleno, tutti stretti intorno al generoso Guerriero di Legno che, instancabilmente, racconta le sue storie, accontentando le richieste più disparate. Gli ascoltatori più attenti sono gli alberi giovani della foresta, ma dalla mattina alla sera sono in tanti a chiedere un racconto.

C’è chi ama le storie che parlano di cibo, chi preferisce le storie di paura, chi le storie in bianco e nero… se la Luna Piena vuole una ninna nanna il Sole Cocente preferisce le storie calde e afose, che parlano d’estate, ognuno secondo i propri gusti e preferenze.

All’improvviso, però, in una fredda notte d’inverno il Guerriero di Legno perde completamente la memoria e con questa, pian piano, perde anche la sua voce. All’inizio, essendo inverno, non se ne rende conto nessuno, ma una volta tornata la primavera i giovani alberi tornano a chiedere nuove storie al vecchio albero e lo ritrovano muto, con i rami piegati fino quasi a toccare terra.

Gli alberi più giovani, per scuoterlo dal suo torpore, cominciano a narrargli le storie che avevano sentito dalla sua voce: il Guerriero di Legno le ascolta come se non le conoscesse e le sentisse per la prima volta, ma – grazie a quei racconti – dalle gemme dei giovani rami spuntano delle foglie sulle quali sono scritte, con il linguaggio degli alberi, proprio le storie tramandate dal Guerriero. Queste nuove foglie non si potranno cancellare, come le pagine di un libro.

Perdere la memoria

Dietro un racconto dal gusto classico e senza tempo si nasconde il tema della perdita della memoria e, quindi, della malattia di Alzheimer.

Il Guerriero di Legno, senza memoria, è come “un albero senza radici”, purtroppo la sua memoria non tornerà e il suo sguardo fino alla fine resterà perso nel vuoto, ma la forza delle storie che ha raccontato durante tutta la sua vita non è andata perduta e, grazie a questa, una parte di lui continua e continuerà a vivere. Ciò che di buono è stato seminato dalla sua voce, gli verrà restituito con cura ed affetto.

Il testo di Lorenza Farina – vincitore del I premio del Concorso Letterario Nazionale Il gusto del racconto 2009 (nel settore Racconti inediti per l’infanzia), promosso dal Comune di Mezzane (VR) – è stato illustrato da Manuela Simoncelli, che ha già collaborato con l’autrice per gli albi Andrea non ha più paura (2017) e La bambina del treno (2010), entrambi pubblicati dalle Edizioni Paoline.

Link

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

Recensione dal sito libricino.it

“Il guerriero di legno”: racconta con delicatezza, la perdita della memoria e il vuoto che lascia in punti di riferimento forti della nostra vita. Una fiaba soffice e forte allo stesso tempo di Lorenza Farina.

«Fu in una notte buia di quel freddo inverno che il Guerriero di Legno perse, all’improvviso, la memoria. Non ricordo più nemmeno una storia.»

Quante volte ci è capitato di chiedere ai nostri nonni “Mi racconti una storia?” e loro, pazienti e amorevoli, ci accompagnano con le loro parole in mondi così lontani e noi lì, come spettatori non paganti di uno spettacolo, restiamo incantati.

Ma un giorno l’incantesimo si spezza e le storie non escono più, come bloccate all’interno di un cassetto che non si riesce più ad aprire.

È quello che in maniera così magistrale ci racconta Lorenza Farina in questo libro sentimentale che anche grazie alle illustrazioni poetiche di Manuela Simoncelli ci avvicina e coinvolge nel racconto del “Il Guerriero di Legno”. È un albero, di quelli che non avevano mai combattuto in tutta la sua vita una guerra, ma al quale era stato attribuito quel nome per il suo portamento fiero e l’aria impavida. La sua unica vera passione era raccontare storie. Da quando era nato aveva sempre fatto il cantastorie, dal mattino alla sera, e nella foresta riecheggiavano solo i suoi racconti che sbucavano dalla sua folta chioma. Gli alberi della foresta, specialmente quelli più giovani, ascoltavano in religioso silenzio e immobili il cantastorie. Ma non solo gli alberi, anche gli animali, la luna, il sole, il vento, l’arcobaleno, ognuno aveva la propria richiesta e il Guerriero di Legno, che non sapeva dire di no, accontentata tutti. Passavano le stagioni, ma lui era sempre lì, un punto di riferimento per tutti.Ma all’affacciarsi di un nuovo Gelido Inverno avvenne che in una notte buia il Guerriero di Legno perse improvvisamente la memoria.

Non ricordò più nulla e non riuscì più neanche ad emettere alcun suono come fosse bloccato nella sua gola. E cominciò a sentirsi come un albero senza radici, avvolto nel suo tenebroso silenzio. All’inizio nessuno se ne accorse ma quando arrivò la primavera e la foresta riprese a svegliarsi venne invitato il Guerriero di Legno a raccontare una storia. Prigioniero nella sua gabbia l’albero non rispondeva.

È il messaggio (e anche l’auspicio) che qui l’autrice poeticamente esplicita nel momento in cui i giovani alberi, che tanto avevano appreso dal Guerriero di Legno, cominciano, uno per volta, a raccontare quelle storie che avevano ascoltato come a dimostrazione che quanto si è seminato di buono nella vita prima o poi viene restituito.

Nella vita il tempo passa, fiacca le forze, usura la memoria ma ciò che si è vissuto e donato continuerà a vivere e a far vivere gli altri. E quei nonni a cui abbiamo tanto chiesto e dai quali abbiamo tanto ricevuto ora hanno bisogno di noi, del nostro tempo, delle nostre cure e delle nostre storie.

Le immagini di Manuela Simoncelli accompagnano tutto il racconto in maniera perfetta spiccando per sintesi e dolcezza.Lorenza Farina non è nuova nell’affrontare temi ostici con un linguaggio che parte dal cuore, confermandosi attenta autrice di testi per ragazzi.

Il libro, vincitore nel 2009 del Premio Il gusto del Racconto nella sezione inediti per l’Infanzia, e pubblicato recentemente da Edizioni Paoline, ha il merito di spiegare con un linguaggio nuovo la complessità di una malattia come l’Alzheimer aiutando meglio a comprendere cosa accade nella persona che ne viene colpita.

Lettura sicuramente consigliata dagli 8 ai 100 anni.

Link

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

Recensione dal sito zebuk.it

Il guerriero di legno, Lorenza Farina

Soffiarono i venti sulle stagioni e sugli anni. Il Guerriero di Legno diventò vecchio, il tronco rugoso, le radici rattrappite, la chioma rada. Estate assolata finì. Autunno Nebbioso se ne andò lasciando dietro di sé il suo strascico di foglie. Inverno Gelido si affacciò all’orizzonte con raffiche taglienti di tramontana che soffiarono inesorabili, spazzando via le foglie, scuotendo i rami, sradicando gli arbusti più teneri”

 Un bellissimo albo illustrato racconta una triste storia attraverso un albero dalla chioma rigogliosa che insegna che se seminiamo qualcosa di buono prima o poi ci verrà restituito.

L’albero cantastorie conosciuto da tutti per i suoi racconti fantasiosi ed avventurieri che allieta il Gufo Occhigialli, il Corvo Pennanera, il Sole Cocente e il Vento Ventoso.

In inverno qualcosa cambiò, un forte guerriero che con il passare degli anni perde la memoria per una grave malattia l’alzheimer e non ricorda ne persone ne cose, neanche i propri cari.

Una storia commovente, quasi poetica con l’esigenza di valorizzare gli anziani, di capirli e di aiutarli.
Questa fiaba insegna che quanto si è seminato di buono nella vita prima o poi viene restituito.

Link

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

Recensione dal blog centopaginelasera

Buongiorno lettori,

oggi parlerò di un albo illustrato coraggioso che affronta la tematica della malattia dell’alzheimer.

Non è mai facile spiegare ai più piccoli in modo comprensibile ma allo stesso tempo con tatto, le malattie che possono presentarsi con l’avanzare dell’età e che, come nel caso dell’alzheimer cambiano radicalmente una persona.
In questo albo di Lorenza Farina e illustrato da Manuela Simoncelli, abbiamo un albero detto da tutti “Guerriero di Legno” per la sua maestosità che è famoso in tutto il bosco per le sue storie. Queste storie le racconta senza sosta, tramandando una memoria orale e collettiva che incanta tutti gli alberi, gli animali che popolano il luogo ma anche il sole, la luna, l’arcobaleno…
Durante un lungo e gelido inverno però, Guerriero di Legno inizia a perdere la memoria e con essa le foglie, lo sguardo si spegne e i rami si abbassano fino a toccare terra.
Solo in primavera, quando gli alberi suoi amici si svegliano e ricominciano a chiedere a Guerriero nuove storie, si rendono conto che qualcosa è cambiato, che non potranno più ascoltare la sua voce ma che dovranno stargli vicino ed essere loro a tenere viva la sua mente e la sua memoria raccontandogli le stesse storie che hanno tanto amato ascoltare da lui.
Con parole lievi ma mai superficiali elaborate in metafore e allusioni, con immagini che riescono a cogliere e rappresentare la poesia e la malinconia che a volte la vita ci regala, questo libro riesce a rappresentare un pezzettino di realtà che potremmo dover affrontare nel corso della nostra storia.
.

IL GUERRIERO DI LEGNO

Recensione dalla Rivista Andersen, aprile 2019

Andersen aprile 2019

.

.

COPERTINA JPG

IL CILIEGIO DI ISAAC

Recensione dal sito filastrocche.it

Come raccontare la Shoah ai bambini? Vi suggeriamo di leggere Il ciliegio di Isaac.

Ognuno di noi vorrebbe che le cose andassero sempre per il verso giusto e che la vita potesse riservarci solo momenti di gioia. Quando poi si è genitori questo desiderio si ingigantisce e l’aspirazione diventa quella che i nostri figli possano vivere in uno mondo senza dolore. Ma la vita non è così e la storia lo dimostra.

Una delle pagine più nere e tristi della storia è sicuramente la Shoah, l’Olocausto, cioè la persecuzione ed il genocidio degli ebrei avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale ad opera dei nazisti.

Come spiegare tutto questo ai bambini? Qualcuno ritiene più corretto non dire nulla, non raccontare, ma noi crediamo sia più corretto non nascondere la verità e cercare di trovare il modo e le parole più adatte per far capire e trasmettere il giusto messaggio, senza angosce e paure.

Il ciliegio di Isaac è uno strumento per farlo. Narra la storia di Isaac, un bambino ebreo che viene deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. E’ una storia dura da raccontare, ma necessaria, per far sapere anche alle nuove generazioni l’atrocità e la drammaticità dell’esperienza vissuta in quegli anni anche da tanti bambini.

Lorenza Farina, l’autrice, ci cala nell’atmosfera cupa e triste della deportazione, vista dagli occhi di un bambino… la separazione dalla mamma, il fango, le urla dei soldati, la rasatura dei capelli, la solitudine, la fame, le lacrime…

Attraverso la lettura si sente quasi freddo, si percepisce la desolazione e l’angoscia; allo stesso modo, a queste sensazioni ci riportano i colori volutamente freddi delle tavole illustrate di Anna Pedron.

Ma in quella che sembra una disperazione senza fine, c’è ancora un barlume di speranza, uno squarcio di luce: Isaac, a cui piaceva molto guardare nel giardino di casa, insieme al nonno, un ciliegio in fiore, conosce ad Auschwitz un ragazzo zingaro che diventa per lui un altro “ciliegio”: Rasìm, che si prende cura di lui e non lo abbandona mai, fino a salvargli la vita.

Il ciliegio di Isaac è un libro dolce e delicato, che, pur affrontando un tema così difficile e cupo, apre alla speranza e all’amore. Perché gli errori del passato siano da monito e guida per un fututo migliore. Per non dimenticare, in occasione della ricorrenza del 27 gennaio, il Giorno della Memoria.

 Link

.

IL CILIEGIO DI ISAAC

Recensione dal sito Libriebambini.it

Il ciliegio di Isaac, di Lorenza Farina con illustrazioni di Anna Pedron

Possiamo raccontare la terribile realtà dei campi di concentramento nazisti ai bambini? Possiamo raccontare cosa accadde allora senza andare a forzare in maniera indelebile la loro fantasia? O dovremmo tacere? Aspettare che crescano e proteggerli da tali terribili fatti? Renderli ignoranti – nel senso che ignorano – per amore?

Io credo sia giusto raccontare la verità ai bambini, per questo motivo ho apprezzato molto Il ciliegio di Isaac di Lorenza Farina con illustrazioni di Anna Pedron in libreria per le Edizioni Paoline. Un albo difficile, come difficile è la storia che vuole raccontare, ma contemporaneamente colmo di verità e amore.

Particolare della copertina del libro «Il ciliegio di Isaac»

Il ciliegio di Isaac

Ho dimenticato chi mi rasò i capelli, chi mi fece indossare una casacca a righe, sporca e logora, troppo grande per proteggermi dal freddo. Qualcuno marchiò con l’inchiostro blu un numero sul mio braccio proteso. Mi ero così chiuso in me stesso che non sentii le punture del tatuaggio e le urla dei soldati.

Isaac è un bambino, deportato in un campo di concentramento. È solo, spaventato, ha freddo, come freddo sentiamo noi nel leggere e ammirare le tavole che accompagnano il racconto. Ma per fortuna anche in luoghi tanto miserabili esistono persone capaci di amare. Così Isaac incontra Rasìm, uno zingaro, che mettendo in pericolo la sua vita lo aiuta, lo nutre, lo protegge.

Credo sia giusto raccontare queste storie ai bambini. Hanno il diritto di sapere, nostro compito è rendere quel passato meno violento e forse più accettabile ai loro occhi. Ci sono riuscite Lorenza Farina e Anna Pedron: da parole dense ma mai scontate fino a disegni volutamente freddi ma contemporaneamente ricchi di speranza.

Link

.

IL CILIEGIO DI ISAAC

Recensione di Annamaria Gatti, 27 gennaio 2018

Giornata della Memoria. Il ciliegio di Isaac

Grazie a Lorenza Farina, sensibile scrittrice, che rievoca nuovamente, con quest’opera appena pubblicata, la tragedia dello sterminio degli Ebrei. E lo fa con l’aiuto di Anna Pedron, che interpreta la narrazione, con illustrazioni di non comune poesia iconica, di cui le siamo molto grati.
La scrittrice ha  già visitato il tema della shoah con “Il Volo di Sara” (Ed. Fatatrac), “La bambina del treno” (Paoline Editoriale Libri) e “La casa che guarda il cielo” (Ed. Raffaello). Non c’è un range di età per emozionarsi  alla scrittura,  sostenuta da illustratrici di grande sensibilità e bravura.
Qui il racconto della vicenda di Isaac lascia sospeso il cuore e il tempo. Un tema durissimo, capace di penetrare i bambini che ascoltano la lettura e di portarli su un “piano altro”, che  trasforma l’abisso terribile del male, per lasciare spazio  all’umanità forte e autentica, alla misericordia, all’amicizia, alla bontà che attraversa la morte e restituisce dignità e speranza. E si fa monito.
Una perla solenne nella collana preziosa dei libri che attentano, con la loro bellezza,  all’ignoranza e alla crudeltà. Al male.
Scrive di getto un’insegnante che ieri ha letto il libro nelle sue classi quarte, nella scuola primaria: - Ma che bello “Il ciliegio di Isaac”!!! Semplice, ma toccante… E’ piaciuto molto ai bambini che non hanno battuto ciglio!
Grazie anche a chi dona queste opportunità ai ragazzi e fa buona scuola.
Recensione di Annamaria Gatti
.
IL CILIEGIO DI ISAAC
Recensione dal sito figlimoderni.it, 11 gennaio 2018

Il ciliegio di Isaac scritto da Lorenza Farina e illustrato da Anna Pedron

Quando leggo un libro di Lorenza Farina che tratta di Shoah ho la certezza di leggere un libro o un albo che mi farà emozionare, che mi farà viaggiare lontano, nei dolori altrui ma anche nella speranza e nella vita, quella vera fatta talvolta anche di grandi sacrifici.

Anche questa volta Lorenza Farina emoziona, rapisce il lettore, prendendolo per mano fin dalle prime pagine e portandolo lontano.

Il racconto si apre con l’immagine di Isaac che insieme al nonno osserva un ciliegio che si trova nel loro giardino.

Il nonno infonde forza al nipotino ma rappresenta anche le origini e rimanda al pensiero dei nonni che tramandano a volte, come nel caso della Shoah, la loro memoria.

Isaac ci lascia sognare così nella prima pagina ma poi d’un tratto il bambino ci porta in un campo di concentramento, non capisce nemmeno lui come mai si trova lì, è troppo piccolo o forse la sua mente vuole dimenticare come ci è arrivato.

Rimane impresso nel cuore del bambino il momento in cui le guardie lo staccano dalla madre, ricorda le ultime parole che gli ha pronunciato quest’ultima, prova un dolore incredibile per quel distacco forzato ma anche per la consapevolezza di essere ormai solo.

Anna Pedron raffigura in modo meraviglioso il dolore del piccolo Isaac, al lettore sembra di poter toccare le lacrime di questo bambino in preda alla disperazione, viene voglia di abbracciarlo, di asciugargli le lacrime. E’ come se il dolore e la disperazione di questo bambino saltassero fuori dalle pagine di questo libro per travolgerti.

Isaac ci prende per mano e ci porta nella quotidianità di quel campo di concentramento, nelle urla dei soldati, nei giochi dei bambini, nella fame e nel dolore.

Poi, all’improvviso Isaac incontra il saggio Rasim, non parlano la stessa lingua ma si capiscono a gesti, si capiscono con quel linguaggio universale che è l’amore. Rasim protegge il suo giovane amico, lo coccola, cerca di metterlo in guardia, gli porta del pane per sfamarlo, riporta Isaac indietro nella memoria facendogli provare nuovamente quel senso di protezione che il bambino provava con il nonno.

Un giorno però i soldati cercano di bruciare tutto, non deve rimanere traccia di quel campo di concentramento così Rasim prende per mano il piccolo Isaac e iniziano a correre, i soldati li chiamano, cercano di fermarli, poi uno sparo e Rasim che si butta addosso ad Isaac per proteggerlo, ancora, per un’ultima volta, con il suo corpo, dando la sua stessa vita per il piccolo e giovane amico.

Un’ultima scena che mette i brividi, che commuove ma che allo stesso tempo ti pervade di coraggio, forza, quella di quest’uomo che con il suo ultimo più grande sacrificio ha salvato un bambino.

Lorenza Farina e Anna Pedron danno vita in questo meraviglioso albo illustrato ad un libro stupendo, travolgente, emozionante,  completandosi l’un l’altra ma soprattutto catturando il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Un albo illustrato da regalare e regalarsi per il giorno della Shoah ma soprattutto da leggere nelle scuole.

“Il ciliegio di Isaac” scritto da Lorenza Farina, illustrato da Anna Predon e pubblicato da Edizioni Paoline lo potete trovare in tutte le migliori librerie.

Link

.

IL CILIEGIO DI ISAAC
Recensione dal sito youkid.it, 21 febbraio 2018

Lorenza Farina, illustrazioni di Anna Pedron, Il ciliegio di Isaac, Edizioni Paoline

A fine gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, in libreria avrete certamente trovato romanzi e albi illustrati pubblicati (o ripubblicati) per commemorare le vittime dell’Olocausto.

Come scrivevamo parlandovi di Otto. Autobiografia di un orsacchiotto, per quanto questi titoli siano in evidenza in un determinato momento dell’anno, è poi importante che se ne continui a parlare senza una scadenza temporale e che la loro lettura porti a una riflessione e a un dialogo con il testo continui.

Vi parliamo così oggi de Il ciliegio di Isaac, scritto da Lorenza Farina e illustrato da Anna Pedron (Edizioni Paoline), un albo in cui la tragedia della Shoah è narrata attraverso gli occhi di un bambino.

La storia di Isaac

A raccontare la sua storia in prima persona è Isaac, che ha il nome del nonno e del papà.

Proprio con il nonno lo troviamo, ancora bambino, nelle prime pagine dell’albo, davanti a un albero di ciliegio che con i suoi petali delicati bianchi e rosati sembra tingergli le guance di vita e i cui petali, cadendo in una piccola scia, arrivano fino al suo cuore. Il nonno gli canta nenie ebraiche mentre guardano insieme l’albero e gli dice delle parole che sembrano un presagio: “Quando il tuo cuore sarà triste, pensa a quest’albero”.

Giusto un attimo, il tempo di voltare pagina, e ci ritroviamo con Isaac in un campo di concentramento. All’inizio vediamo solo una recinzione di filo spinato e dei corpi che procedono in fila ma sono più ombre che veri e propri corpi. Isaac presto si ritrova solo, separato dai suoi cari, e si chiude in se stesso, muto, pur essendo in una baracca con altri bambini.

La sua vita nel campo cambia quando, in una gelida mattina, mentre vaga senza meta si trova accanto a Rasìm, uno zingaro alto e allampanato. Questo sconosciuto lo tiene su mentre per la fame e il freddo il bambino sta per svenire e da quel momento, per quanto sia possibile in una simile circostanza, se ne prende cura, dandogli dei consigli, passandogli di nascosto dei pezzi di pane nero e rinsecchito. I due non parlano la stessa lingua, ma riescono a capirsi e creano una lingua tutta loro.

Rasìm per Isaac è come un albero, un albero di ciliegio e a quell’albero si stringe e si tiene forte, quell’albero lo porterà con sé tutta la vita e lo pianterà, anche quando riuscirà a sopravvivere a quei giorni terribili nel campo di concentramento.

Il testo

La storia di Isaac scritta da Lorenza Farina ha la stessa delicatezza dei fiori di ciliegio. Su alcuni particolari vola leggera senza soffermarsi troppo, non perché non siano importanti ma perché il non detto e non raccontato è affidato al lettore affinché ne colmi il significato (e probabilmente qui il lettore bambino avrà bisogno di una mediazione adulta). E così all’improvviso ritroviamo Isaac, che un attimo prima era nel giardino di casa tra il calore dei suoi affetti, in un campo di concentramento. Non sappiamo che cosa sia accaduto al resto della sua famiglia. I molti personaggi accanto a lui sono spesso solo ombre, a sottolineare la solitudine vissuta dal bambino, fino all’incontro con Rasìm. Anche il momento della fuga dal campo di concentramento, che porterà alla salvezza di Isaac, è raccontata in poche parole, e a un certo punto (“Poi più nulla”) il racconto è interrotto, come per un’impossibilità di ricordare ciò che si è vissuto, proiettandoci nel presente del non più bambino Isaac.

Le illustrazioni

Le illustrazioni di Anna Pedron condividono la delicatezza dei testi. I momenti più tragici sono illustrati in maniera evocativa e non didascalica e questo dà maggior forza al racconto. Penso in particolare a tre soluzioni: all’arrivo nel campo di concentramento e ai corpi che sono ombre, avendo perso in quel momento la loro individualità e corporeità; al “camino da cui usciva del fumo”, in cui il fumo si trasforma in tantissime mani che sembrano voler chiedere aiuto; ai petali di ciliegio posati a terra, unica illustrazione di una doppia pagina a segnare il sacrificio di Rasìm durante la fuga.

Il filo conduttore della narrazione è rappresentato dall’albero di ciliegio, i cui elementi sono presenti nei momenti più inaspettati, anche solo attraverso qualche petalo nell’aria grigia e gelida o attraverso un rametto nella tasca della casacca di Isaac. Questa presenza rappresenta la vita, il calore, l’umanità che resiste, ha radici salde e sempre si rinnova.

 Link

.

IL CILIEGIO DI ISAAC
Recensione dal sito zebuk.it, 27 gennaio 2018

Il ciliegio di Isaac, Lorenza Farina

Un giovane ciliegio cresce nel mio giardino. I suoi rami sono intrecciati a quelli del ciliegio di mio nonno Isaac.

Il piccolo Isaac viene internato in un campo di concentramento.
Separato dalla sua famiglia ripensa spesso al nonno e al ciliegio piantato nel loro giardino.
Rimasto solo fa amicizia con Rasìm.
L’uomo prende il bambino sotto la sua ala protettiva e lo aiuta trovandogli da mangiare e proteggendolo.
Divenuto adulto, Isaac chiamerà suo figlio Rasìm per ricordare l’uomo gentile a cui deve tutto.
E pianterà nel suo giardino un nuovo albero di ciliegio in memoria dell’amico.

Edizioni Paoline pubblica questa breve storia di sopravvivenza e amore per parlare e ricordare uno dei momenti più bui della storia dell’uomo.
Le meravigliose illustrazioni di Anna Pedron accompagnano il lettore e sottolineano ogni momento della vicenda.
Illustrazioni davvero incredibili e piene di poesia.
Il piccolo Isaac racconta la vicenda come farebbe appunto un bambino: non sa perché gli capitano quelle cose, non capisce perché all’improvviso la sua vita è stravolta.
L’unico appiglio di normalità è Rasìm e il ricordo dell’albero del nonno, due piccole cose che scaldano il suo cuore e lo aiutano a non abbattersi.
Una lettura da fare anche con i bambini per non dimenticare.
Buona lettura.

Link

.

IL CILIEGIO DI ISAAC
Recensione di Maria Grosso, 15 maggio 2018

Un giardino dall’erba di velluto, un nonno come un albero di ciliegio di nanettiana memoria, fiori bianchi appena rosati e un filo spinato intrecciato a una stella a sei punte, la stretta inestricabile tra la mano di una madre e quella del suo bambino che le viene portato via da un kapò: “Ricorda, il tuo nome, Isaac”
Visioni impalpabili
Il ciliegio di Isaac
Lorenza Farina, ill. di Anna Pedron
Paoline Editoriale Libri, 2017, p. 40
(Grandi storie giovani lettori)
€ 14,00 ; Età: da 8 anni

Un giardino dall’erba di velluto, un nonno come un albero di ciliegio di nanettiana memoria, fiori bianchi appena rosati e un filo spinato intrecciato a una stella a sei punte, la stretta inestricabile tra la mano di una madre e quella del suo bambino che le viene portato via da un kapò: “Ricorda, il tuo nome, Isaac”. Infine due alberi vicini, l’altro “è” uno zingaro di nome Rasim pronto a sacrificare se stesso perché quel bambino possa fiorire ancora, radici che sotterraneamente si abbracciano, il filo spinato punteggiato da rondini e fiori, l’enormità di un cielo stellato vero, senza più la stella cucita sulla casacca. “Quando il tuo cuore sarà triste pensa a quest’albero”, è l’impronta di memoria che, per dirlo con i versi di Emily Dickinson, un nonno ebreo lascia al nipotino con il suo stesso nome insieme a dolci nenie per i suoi giorni bui.
Quelle che ho appena imbastito sono suggestioni narrative di Lorenza Farina e visuali di Anna Pedron, che compongono la sinfonia squisita de Il ciliegio di Isaac. Un albo che brilla nel firmamento della letteratura per ragazzi che, con Anna Frank nel cuore, cerca di confrontarsi con l’argomento inenarrabile dell’Olocausto, da L’isola in via degli uccelli di Orlev, a Il bambino con il pigiama a righe di Boyne a Storia di una ladra di libri di Markus Zusak, sempre sentendo che solo agli occhi incontaminati di una certa infanzia (non dimentichiamo che anche i kapò nazisti sono stati bambini), persino questa materia gelida − qui si narra anche del pogrom dei rom − sia in qualche modo attraversabile nel racconto. Così, nel vissuto di Isaac il campo diventa l’antro di una strega e l’orrore un inverno infinito.
In questo, guida è certamente Primo Levi che riecheggia nel testo anche grazie all’evocazione di alcuni oggetti cruciali come la scodella, il pane scarnificato o il letto scheletrico.
Mentre le immagini di Anna Pedron, con grazia sopraffina, ci rimandano visioni spirituali e impalpabili come in un sogno giapponese, e il rosa dei petali di ciliegio, leitmotiv di tutto l’albo, ricorda neve mischiata a sangue o il colore percepito dai bambini nel ventre materno, lo stesso che in cromoterapia ha il potere di quietarci e di rassicurarci.

Maria Grosso

Link

.

IL CILIEGIO DI ISAAC
Recensione dal sito kevitafarelamamma.it, 24 gennaio 2018
Mi ha tolto il respiro. 
Ho letto questo libro – edito da Edizioni Paoline – in apnea, prima in preda al tormento e poi quasi soffocata dalle lacrime di commozione. 

È la storia di Isaac, un bambino ebreo internato in un campo di concentramento, raccontata con la voce e le chiavi interpretative della mente e del cuore di un bambino.
Cosa capivano di quel che accadeva quei bambini ebrei, violentemente separati dai genitori e prigionieri in luoghi dove pativano ogni giorno il morso della fame? Probabilmente, come Isaac, pensavano di essere finiti nella caverna delle streghe o si sforzavano di crederlo perché gli occhi dell’innocenza non possono neppure concepire un male così assoluto perpetrato dagli uomini. 

Ricorda il tuo nome, Isaac” gli sussurra la mamma prima di essere strappata via dal figlio dai soldati tedeschi.
Isaac resta solo e fa tesoro della memoria del suo nome che è anche quello del suo caro nonno.  
Nel campo di concentramento vive terrorizzato, percependo che le giornate non hanno più colori. 
Non  riesce a giocare con gli altri bimbi a “chi fa il kapò” e si rifugia nel ricordo dell’amore, simboleggiato dal ciliegio che, nel tempo passato della libertà, ammirava in giardino mentre il caro nonno gli intonava dolci nenie ebraiche.
È il ricordo di quel ciliegio dai bianchi petali a dargli conforto.

Ed è proprio quel ciliegio a salvargli la vita.

Un giorno gli si avvicina un giovane zingaro, alto, flessuoso e rugoso come il ciliegio del nonno. Si chiama Rasim. Rasim gli offre posto nel suo letto dividendo con lui la sua coperta, anche se troppo corta, condivide con Isaac il pane, lo avverte delle insidie sottese al comportamento dei soldati tedeschi e, il giorno dei bombardamenti al campo di concentramento, fa scudo col suo corpo in favore del bambino.

Molti anni dopo Isaac sarà padre e darà il nome di Rasim a suo figlio e al vecchio ciliegio del nonno.
Meravigliosamente poetica l’immagine del vecchio ciliegio che intreccia i suoi rami ad un giovane ciliegio nel giardino di Isaac divenuto ormai adulto.
Cosa rappresentano questi intrecci?

I legami dell’amore.

Legami contro le separazioni dell’odio razziale.

Legami contro i muri dei campi di concentramento e tortura.

Legami di amicizia che oltrepassano differenze di età, provenienza e lingua, come quella fra Rasim e Isaac.

Legami di memoria contro le separazioni prodotte dall’oblio.

Perché dimenticare è separarsi dalla storia dell’umanità e da se stessi.

“Ricorda il tuo nome Isaac” gli aveva raccomandato la sua mamma, prima di essere portata via.

La memoria salva Isaac, la memoria salva noi.

Sublime testo di Lorenza Farina di cui vi segnalo in fondo al post altre pubblicazioni.

Illustrazioni toccanti e poetiche di Anna Pedron.

Anche quest’anno, buon 27 gennaio, buona giornata della memoria a tutti.
Ketty

Link

.
IL CILIEGIO DI ISAAC
Recensione dal sito lettureanimate.it, 27 gennaio 2018

COLTIVARE SEMI DI SPERANZA, per non dimenticare

Il ciliegio di Isaac, uscito dalla penna di Lorenza Farina ed illustrato da Anna Pedron, per edizioni Paoline, si apre con il racconto, per parole ed immagini, di un albero. Un ciliegio, appunto, che cresce orgoglioso e fiorito nel giardino di Isaac, un bambino ebreo che assieme al suo nonno impara ad ammirare la bellezza della vita, anche nella natura rigogliosa e festante, della primavera. 
“Quando il tuo cuore sarà triste, pensa a quest’albero” mi diceva il nonno.
Ma, subito, il libro spezza il ritmo e la scena cambia. Da un giardino si passa ad un campo di concentramento. Dalla primavera del cuore, all’inverno della vita. Dai colori fervidi al grigiore sconsolato. Dalle parole al silenzio, muto e solo, di chi si trova a non essere più considerato una persona ma un numero.
Però anche nella situazione più drammatica può filtrare una luce, tenue e delicata: quella dell’amicizia.
E così inizia un rapporto speciale tra Isaac e Rasìm, capace di alleviare un po’ del dolore, della fame e della paura provate. Si tratta di un’amicizia che sa mettere radici profonde, come quelle del ciliegio, e che porterà frutti di speranza per le generazioni future, perché ciò che è stato non sia più.
Realizzare alcuni prototipi di ciliegio, con tecniche diverse, ed unirli con un intreccio di mani a cui fanno da cornice tante stelle “fiorite” simbolo di una nuova pagina della Storia, è stata la rielaborazione dei bambini che hanno vissuto la storia di Isaac, grazie al libro presentato.         
La Storia diventa, dunque, radice di futuro; un futuro costellato di valori quali il rispetto della libertà e della dignità delle persone. Questa è la speranza più grande! 
Età di lettura consigliata: dagli 8 anni in su
.
.

Andrea non ha più paura copertinaANDREA NON HA PIU’ PAURA

Recensione dal sito Testefiorite.it, Febbraio 2017

Titolo curioso ha l’ultimo libro di Lorenza Farina Andrea non ha più paura, edizioni Paoline.

Come si fa a non avere più paura? Credo qualsiasi bambina o bambino sarebbe pronto a farsi una domanda del genere, a dispetto di ciò che piacerebbe ai genitori che invano sperano di togliere le paure ai propri figli.

Un titolo senz’altro attraente per il genitore che deve affrontare un problema, un problema serio: la paura da distacco, da abbandono temporaneo o meno non ha importanza, come ci spiega Silvia Vegetti Finzi nel suo splendido Una bambina senza stellai bambini sentono ogni ferita sulla propria pelle, anche la più piccola, con l’intensità di una mutilazione. Il tema, dunque, è di quelli importanti e Lorenza Farina, con l’aiuto iconografico di Manuela Simoncelli, lo affronta in punta di piedi, con una narrazione metaforica, volutamente metaforica in cui i personaggi sono se stessi ma soprattutto qualcos’altro.

Andrea, sta elaborando la perdita del papà, scopriremo alla fine che si tratta di una perdita temporanea, il papà, anche se non lo vediamo mai (così come la mamma del resto), torna (forse per poco forse per tanto, non ci riguarda, la storia ci racconta qualcosa di diverso); questa assenza naturalmente turba Andrea facendo insorgere delle paure notturne che vengono alleviate dall’abbraccio di un vecchio albero, chiamato Nonno Ulivo nella storia, i cui rami Andrea può facilmente raggiungere dalla sua finestra. Andrea si accoccola tra i rami nodosi e lì, insieme alla sua coperta, si ricrea un nido, reale, in qualche modo, ma soprattutto simbolico.

Le illustrazioni di Manuela aiutano il racconto rendendo esplicite le metafore narrative, indicandoci sin dai risguardi un piccolo nido, un uccellino che in ogni pagina ci accompagna nella storia di Andrea, fino alla mattina in cui Andrea, ancora addormentato tra i rami del nido che si è creato, non sente il cancello che si chiude e i passi sul sentiero…qualcuno torna. Nei risguardi ora il nido non è più vuoto.

Ho provato a chiedere a Lorenza Farina, l’autrice, se ha deciso sin da subito il finale di questa storia o meno, mi ha risposto che l’elaborazione del racconto ha subito, come naturale che sia, diverse fasi di elaborazione. Mi domando se sia proprio necessario che il papà torni… la storia di Andrea ci racconta di un bambino che ce la fa, che in se stesso, certo attraverso la figura dell’albero, trova il proprio posto, impara ad autoconsolarsi, questo mi pare l’importante.

Andrea il nido se lo costruisce da solo, e tutto sommato, naturalmente con un contorno di affettività profondo, con degli adulti presenti ed attenti, è questo che dovremmo augurare ad ogni bambino: di riuscire a trovare il proprio modo di stare al mondo, anche di rispondere alle paure, anche di superare le paure. Non credo sia vero che Andrea non ha più paura, credo invece che Andrea adesso sa cosa fare quando la paura lo coglierà di nuovo.

Un albo illustrato metaforico sia nel testo che nelle illustrazioni secondo una precisa scelta delle autrici (perchè autore e illustratore negli albi hanno lo stesso valore) che speriamo riesca a parlare lo stesso linguaggio metaforico dei bambini attraverso la figura universale del nido e dell’albero: la casa in cui stiamo al caldo e al sicuro, amati, e la vita che ci accoglie e cresce.

Link

.

ANDREA NON HA PIU’ PAURA

Dal blog “Leggere per scoprire e crescere”, 13 marzo 2017

Dove risiede il grande fascino degli albi illustrati? Perché riescono ad incantare lettori di tutte le età?
La risposta, secondo me, abita in una parola, a me molto cara: “incontro”.
In un albo illustrato si incontrano due linguaggi: quello delle parole e quello delle immagini. E l’incontro tra questi due codici non è uno sfuggente saluto, come di chi non vuole dire niente all’altro: l’incontro è un profondo abbraccio, in cui parola e immagine si compenetrano l’uno nell’altro per costruire ed evocare continuamente nuovi significati che seducono la mente del lettore, che lo catturano proprio perché il gioco innescato dai due codici va a collocarsi, stimolandolo, nell’immaginario del lettore. E non c’è niente di più magico dell’immaginario.
Un esempio vorrei condividere con voi tutti questa mattina per assaporare insieme, esperti e meno esperti, il meccanismo magico che rende possibile questo incanto.
“Andrea non ha più paura” è un albo illustrato, scritto da Lorenza Farina e illustrato da Manuela Simoncelli, edito da Paoline (2017). In questo libro si assiste ad un autentico e magico intreccio: mentre si parla di paura, di senso di solitudine e di ricerca di rassicurazioni, ci si rende conto che la parola stessa non è sola, viaggia “compenetrata” con delle illustrazioni capaci di amplificarne il senso, bussando alla porta dell’immaginario.
Ecco un esempio: “Andrea aveva paura del buio e dei rumori della notte…si avvicinò all’armadio. Accostò l’orecchio a una delle ante e rimase in ascolto, trattenendo il respiro”. Ed ecco che il lettore, lanciando un occhio all’illustrazione, trattiene davvero il respiro perché quelle ante su cui è rappresentato il bosco e che rimangono semiaperte sul buio stanno dialogando anch’esse con noi, innescando un viaggio dentro il nostro immaginario, nelle nostre stesse paure: chi di noi non avrebbe paura ad attraversare il bosco da solo di notte?
Chi di noi non custodisce almeno una paura nel buio dei nostri armadi?
Ecco che allora gli occhi di Andrea diventano i nostri occhi e questo succede attraverso le parole e attraverso le immagini.
E così in una delle tavole finali in cui Andrea viene abbracciato da Nonno Ulivo (simbolo di tutte quelle figure di attaccamento che nella nostra vita possono donarci sicurezza e senso di protezione), l’albero stesso assume sembianze umane con quelle mani così avvolgenti e capaci di trasmettere pace…
Alla fine Andrea non avrà più paura e il cielo non sarà buio, ma punteggiato di stelle e quell’uccellino verde smeraldo, che ha fatto capolino su quasi tutte le tavole, pur non essendo mai stato nominato dentro al testo, ci ricorda ancora una volta che l’albo è un intreccio di persone e immaginari che si incontrano: quello di chi scrive la storia, quello di chi la illustra e quello di chi ne fruisce.
Io ho avuto la fortuna di fruire di questo meraviglioso albo nel migliore dei modi: in diretta, attraverso tutti i sensi, “leggendo con le orecchie” la voce calda ed emozionante dell’autrice, e “ascoltando con gli occhi” la mano, affascinante ed esperta dell’illustratrice, ed è stato proprio in questa occasione che ho capito che è in questo incrocio, magica intersezione di sensi, che risiede la magia di un albo illustrato.

Grazie Lorenza Farina,
grazie Manuela Simoncelli,
grazie libreria Pel di Carota, che rende possibile questi incontri e queste consapevolezze.
Con un albo illustrato non ci si sente mai soli, come abbracciati da nonno Ulivo e come quell’uccellino dentro al nido nel risguardo finale.

Link

.

ANDREA NON HA PIU’ PAURA

Recensione di Anna Pisapia, blog “A casa di Anna”, Febbraio 2017

Andrea non ha più paura“, di Lorenza Farina, illustrato da Manuela Simoncelli, Edizioni Paoline (link qui) affronta con delicatezza un tema con cui ogni bambino si confronta specie quando è piccolo, quello delle ansie notturne.

Se poi quel bambino si ritrova senza un papà – sarà andato via per sempre o solo per un lungo viaggio? – e in una casa di campagna “diventata troppo grande” per lui e la mamma, tutto diventa ancora più difficile da affrontare.

Ogni rumore o scricchiolio, che le case vecchie producono, può far pensare a qualche essere strano venuto appositamente per spaventare. Inutile allora contare sulle dolci rassicurazioni della mamma perché una volta sotto le coperte ci si ritrova soli. Soli, a contatto con i propri spettri e i propri fantasmi. Personaggi inquietanti, dai nomi terribili (un Drago dagli occhi di fuoco o un Fantasma minaccioso), che potrebbero spuntare da ogni dove.

La situazione sembra insostenibile, ma ecco che il bambino trova un alleato in un vecchio albero di ulivo. Una specie di nonno, saggio, che lo prende tra i suoi rami – che cullano il bambino come fossero braccia e lo accarezzano con le tenere foglie – e gli trasmettono un senso di pace e serenità. Ogni cosa che sembra terribile si dilegua e diventa qualcosa di reale, tangibile e innocuo.

Una serenità che Andrea conquista nel corso della nottata e che gli darà quella forza per affrontare con fiducia il domani. E sognare che il papà torni presto.

In questo libro ho trovato un riferimento (voluto?) all’albo “Grat grat cirp splash” di Kitty Crowter, edito da Babalibri (link qui) , anche se in quel caso il piccolo ranocchio che ha paura di tutti i rumori si ritrova a vivere un’avventura insieme al suo papà. Qui invece il protagonista è inizialmente solo e l’inquietudine si respira in ogni pagina. Ci si ritrova, insieme ad Andrea, a rivivere le angosce di quando eravamo bambini. Soffriamo con lui – da genitori sappiamo quanto è brutto per il proprio figlio avere paura – e si tira il fiato quando finalmente il bambino riesce a trovare un amico (vero o immaginario che sia), che gli regala una sorta di talismano da tenere sempre con sé, una piccola oliva che il bambino stringe forte nella mano e che lo aiuta a prender sonno.

Un dolce sonno su cui veglia un vecchio albero di ulivo.
Qui un’intervista all’autrice su “Il posto delle parole”.

Link

.

ANDREA NON HA PIU’ PAURA

Recensione dal blog figlimoderni.it, Febbraio 2017

In una società in cui la figura paterna sembra sfuggente, in cui ci sono tantissimi genitori separati o divorziati, in cui il padre spesso non è vissuto nella quotidianità, in cui i bambini soffrono la mancanza paterna ecco che arriva il nuovo libro scritto da Lorenza Farina. 
 
La storia che Lorenza racconta è quella di Andrea, un bambino a cui manca la figura paterna. Il papà di Andrea è via da molti mesi, non sappiamo se è via per lavoro, se è in guerra, se è un periodo di separazione tra i due genitori, fin dall’inizio percepiamo che questo padre deve tornare perché il cancello è sempre aperto, in attesa che il padre lo varchi.
 
Andrea e la madre aspettano il suo ritorno, in una casa troppo grande per loro, in mezzo agli ulivi.
 
Quando scende la notte il bambino è più vulnerabile, ha paura del buio, tutte le sue paure, al buio, prendono forma e vita, così Andrea si nasconde sotto il letto. 
 
 
 
E’ un bambino coraggioso il piccolo Andrea, vuole farcela da solo, non vuole svegliare la mamma anche questa notte, così cerca di addormentarsi da solo, pur avendo paura. Conta le pecore, cerca di non ascoltare tutti i rumori notturni, ripassa le tabelline. Niente! Il sonno non arriva.
 
Mentre il bambino, stanchissimo, sembra essere lì lì per addormentarsi ecco un nuovo rumore, Andrea terrorizzato spalanca la finestra e trova Nonno Ulivo che tende i suoi rami verso di lui.
 
Nonno Ulivo, ha la voce di suo papà “Non devi aver paura” , Andrea si tranquillizza, appoggia la testa sul tronco e cerca di dormire. 
 
L’albero rassicura Andrea per tutta la notte, è un dialogo tra Nonno Ulivo e Andrea che va avanti tutta la notte, ad ogni rumore l’albero cerca di rasserenare il bambino e con i suoi forti rami lo abbraccia finché Andrea, finalmente, all’alba si addormenta.
 
 
 
In questo meraviglioso albo illustrato l’ulivo di Lorenza Farina ha la forza, la sicurezza, che ha ogni padre, è questo che il piccolo Andrea percepisce, è Nonno Ulivo che sopperisce alla mancanza della figura paterna. E’ lui che gli parla, gli tiene compagnia, lo rassicura, lo protegge. 
 
L’albero, attaccato alla terra con le sue lunghe radici, ci riporta alla figura salda e stabile del padre, alle nostre radici, a quel senso di stabilità che ogni papà dovrebbe trasmettere ai propri figli.
Il lettore vive le paure di Andrea, si spaventa e si tranquillizza con lui, percepisce il dolore del piccolo Andrea mentre aspetta il suo papà, spera con lui  e per lui, si commuove, finché il bambino si sveglia, un cancello si apre e dei passi percorrono il vialetto.
 
Manuela Simoncelli trasforma in immagini la bellissima storia poetica scritta da Lorenza Farina ed insieme, autrice e illustratrice, creano un albo stupendo, potente, un albo che ti entra nel cuore, nell’anima. 

Lorenza Farina, in ogni suo libro, riesce con grande maestria a raccontare di ogni argomento con una poesia travolgente, dolce ma anche prorompente, una poesia che trasporta il lettore tra le pagine del libro.
Un albo che ridona alla figura paterna quel senso di sicurezza, di potenza, di invincibilità che ogni bambino vede in suo padre ma che dall’altra parte ci mostra anche la fragilità dei bambini quando una figura tanto importante per la loro crescita viene a mancare, anche se per poco.
 
Adatto per i bambini a partire dai 5 anni, adatto per un meraviglioso regalo ad ogni papà, adatto per sognare insieme, padre e figlio, e per far sentire amati e al sicuro i nostri bambini.
 
.
.

ANDREA NON HA PIU’ PAURA

Recensione dal blog firufilandia.wordpress.com, Gennaio 2017

Se ne Il volo di Sara c’era un pettirosso, in questo nuovo albo di Lorenza Farina, illustrato da Manuela Simoncelli, per Edizioni Paoline, c’è un pettigiallo a raccontare la storia.

Un pennuto con una bavetta color del sole, infatti, è la voce narrante di Andrea non ha più paura, in libreria dal 25 gennaio 2017, per Edizioni Paoline.

Colpiscono a un primo sguardo le illustrazioni a tutta pagina, capaci di raccontare gli stati d’animo attraverso il colore, le proporzioni e la prospettiva.

Solida, senza rinunciare alla delicatezza, è la struttura narrativa che mette al centro le paure del protagonista. Da quando il papà è andato via, con la promessa di tornare presto, il piccolo Andrea teme il buio e i rumori della notte.

Ed è qui che diventa originale questo albo, perché, a consolare il bambino, dopo i tentativi falliti della mamma attraverso storie e ninne nanne, è un vecchio ulivo, anzi Nonno Ulivo.

A questo punto scrittura e immagini si fanno complici, regalando emozioni al lettore, con una sovrapposizione perfetta, in termini di cura e attenzione, tra le rassicurazioni del grande albero e il ricordo degli abbracci paterni.

E siccome la reiterazione piace tanto ai bambini, in modo del tutto originale, l’autrice utilizza per cinque volte lo stesso schema in più varianti, per tranquillizzare Andrea circa la vera natura dei brusii notturni.

Così, il rumore sordo, “come di una mano che bussa con insistenza alla porta”, non è il Gigante dalle mani di ferro, ma un picchio che becca il tronco degli alberi a caccia d’insetti. Lo stesso smascheramento si ripete per altri cigolii, risucchi e fruscii sospetti: l’albero mostra al bambino che si tratta soltanto dei rumori della natura.

Insomma, un modo poetico e reale al tempo stesso per accompagnare i bambini nel sonno, aiutandoli a vincere i loro timori. Una lettura efficace e sincera che si spera aiuterà i genitori a non far ricorso a vecchi mezzucci ansiogeni, uno fra i tanti “chiamare il dottore per una puntura”.

Da segnalare, in questo lavoro, anche l’accurata selezione di parole.

Qualche anno fa, ad un seminario, Bruno Tognolini ricordò la bellezza fonetica di certi termini che nel linguaggio quotidiano vengono spesso sostituiti da altri: per esempio, diciamo più di frequente rosso d’uovo al posto di tuorlo, una parola che invece riempie la bocca.

Identica sensazione di pienezza si prova leggendo sbuffi d’aria tra le foglie.

La qualità di un libro è sempre nei dettagli.

Link

.

ANDREA NON HA PIU’ PAURA

Recensione dal blog ilmondodichri.com, 22 maggio 2017

Edito da Edizioni Paoline ecco il nuovo libro di Lorenza Farina, Andrea non ha più paura, con le illustrazioni di Manuela Simoncelli

Un libro in cui si affronta il tema della separazione e in cui si mostra il potere benefico della natura e l’importanza della figura dei nonni.

 Andrea non ha più paura narra la storia del piccolo Andrea che , da quando il papà è andato via,  ha paura di addormentarsi. Per fortuna, oltre alla mamma, c’è in giardino un ulivo a proteggerlo. Una notte, Andrea sente la voce di Nonno Ulivo che lo tranquillizza e lo aiuta a superare le sue paure dovute ai rumori misteriosi che Andrea sente: quel rumore non è un drago ma il lupo che ulula, non è uno scheletro ma lo scoiattolo che sgranocchia…

Lorenza Farina è nata a Vicenza dove ha lavorato come bibliotecaria. Le piace scrivere per bambini e ragazzi con una predilezione per le storie ambientate nella natura. Ha pubblicato una ventina di libri tra romanzi, racconti, fiabe e filastrocche, ottenendo molti riconoscimenti. Per Paoline ha scritto La bambina del treno (2010), libro illustrato per bambini sulla Shoah, e la biografia A braccia aperte. Suor Pura Pagani (2016).

 Andrea non ha più paura è una storia delicatissima che affronta il difficile tema della separazione, della paura di rimanere soli e la paura dei cattivi sogni.

 Il libro, arricchito dalle belle illustrazioni, sottolinea anche il potere benefico della natura e l’importanza della figura dei nonni, qui rappresentata dal grande e tenero Ulivo. Infatti il piccolo protagonista trova conforto tra le braccia/rami del vecchio albero che, con le sue rassicuranti parole, rincuora il bimbo. Con parole semplici il Nonno Ulivo cerca di far superare le paure al bambino spiegando che ogni rumore che lui sente è frutto di qualcosa che non ha nulla a che fare con mostri notturni. Il bimbo così impara che al mondo non esiste nulla che può fargli del male ma solo persone che lo vogliono davvero bene.

Il libro si conclude con il cancello di casa di Andrea aperto, quindi con il ritorno del suo papà. 

 E’ un albo che rassicura i piccoli lettori. Un albo che, con delicatezza, spiega come far superare le paure dei nostri bambini. Un albo che commuove.

 Trovi Andrea no ha più paura nelle migliori librerie.

Link

.

ANDREA NON HA PIU’ PAURA

Recensione dal blog libriebambini.it

Lorenza Farina, Andrea non ha più paura. Illustrazioni di Manuela Simoncelli
Lorenza Farina, Andrea non ha più paura. Illustrazioni di Manuela Simoncelli

Andrea non ha più paura: un albo bello e rassicurante

Le paure sono davvero insidiose. Poco importa se siano reali o frutto della nostra fantasia: quando si infilano sotto la pelle ci inglobano in un bozzo spaventoso. Uscirne non è per niente facile. Ma per fortuna che ci sono i Nonni, anzi Il Nonno Ulivo che ha il potere di calmarci e soprattutto che sa abbracciare ogni bambino.

Andrea non ha più paura

Lorenza Farina, Andrea non ha più paura. Illustrazioni di Manuela Simoncelli

Andrea non ha più paura, di Lorenza Farina, con illustrazioni di Manuela Simoncelli (Edizioni Paoline) è un albo dolce, anche se il tema trattato, la paura, non è tra le realtà più amabili della terra. Le accurate parole di Lorenza Farina assieme alle immagini simili ad affreschi di Manuela Simoncelli, donano una sorta di calma. La sensazione di abbandono si respira fin dalle prime pagine, mentre l’accostamento di colori freddi ai più conosciuti e avvolgenti caldi rende già l’inizio della storia malinconica, pur se non siamo certi del motivo che ha portato il papà ad abbandonare Andrea. Non sappiamo il perché: ma quel papà non c’è più e Andrea è molto triste. E di notte ha molta paura.

Sente rumori e vede mostri orribili, non riesce a dormire, nemmeno dopo le rassicurazioni della mamma.

Andrea teme di trovare creature sotto al letto o dentro al buio denso dell’armadio.

Sente presenze strane come il Gigante Dalle Mani Di Ferro!

E invece no, non è il gigante, ma Nonno Ulivo, che, trasportandosi in un mondo onirico, diventa un nonno vero, capace di cullare e amare questo bambino spaventato.

Andrea crea un nido su Nonno Ulivo, ci si rannicchia, cerca calore e rassicurazioni.

Così Andrea scopre che non ci sono fantasmi, ma solo un vento forte, i vampiri non passeggiano nel suo giardino mentre i gatti sì. Andrea si calma e sereno sogna il ritorno del suo papà.

Perché ci piace il libro

Il concetto di tempo per i bambini non è così definito come per gli adulti, se il papà o la mamma si allontanano per qualche giorno, quel «qualche» assume contorni confusi, impossibili. Per il bambino, semplicemente il papà non c’è.

Un albo molto bello, rassicurante, che sa cullare anche lettori più grandi, e capace anche di far riflettere l’adulto. Non sempre le paure hanno un base solida, sono paure e basta: se cerchiamo di capirle allora forse, forse, se ne andranno. E se non è così, allora possiamo sempre abbracciarci forte.

Link

.

ANDREA NON HA PIU’ PAURA

Dal blog “Mamme che leggono”, 27 luglio 2017

Andrea non ha più paura
“Andrea non ha più paura” è un albo illustrato da Manuela Simoncelli e scritto da Lorenza Farina per Paoline Editoriale Libri.
Andrea è un bambino che si ritrova all’improvviso a dover convivere con un sentimento a lui sconosciuto e non si riesce a spiegare cosa gli stia succedendo.
Da quando il suo papà è partito Andrea non riesce più ad addormentarsi e ha paura di tante cose: per fortune in giardino c’è Nonno Ulivo che lo protegge, facendolo sentire al sicuro.
Un delicato libro sulla separazione che, attraverso immagini e parole dedicate ai più piccoli, offre uno strumento in più per affrontare questo doloroso argomento.
***
2017
pagine
14 euro
***
BEST (2)

QUESTO LIBRO E’ STATO DONATO DA MaCheLe’
.

ANDREA NON HA PIU’ PAURA

Recensione dal blog kevitafarelamamma.it, 10 marzo 2017

I miei bambini sono circondati dai libri da quando sono nati e per loro è un gesto naturale quello di interrompere qualsiasi attività e sedersi accanto a me ad ascoltare, non appena prendo in mano un libro e comincio a leggere ad alta voce. In questi ultimi giorni, però, sono stati irrequieti, hanno fatto fatica a restare concentrati per più di dieci minuti. Sono certa che dipenda dalla stagione, d’altronde le giornate che annunciano la primavera rendono anche me iperattiva.
Solo quest’albo edito dalle Paoline, negli ultimi giorni, è riuscito a tenerli inchiodati alla poltrona fino alla fine della lettura. È la prova migliore che potessi avere del loro apprezzamento!

Cos’ha di speciale Andrea non ha più paura”?


LA STORIA

Il papà di Andrea è partito e non si sa quando tornerà. Durante l’attesa, Andrea vive da solo con la sua mamma in una casa circondata dagli ulivi. Da quando il padre non c’è più, il bambino è assalito da tante paure. Alcune le affronta da solo, altre le supera con l’aiuto di un nonno speciale, un ulivo grande e nodoso che chiama “Nonno Ulivo” e che in alcuni momenti gli ricorda proprio il suo papà.

PERCHÉ QUEST’ALBO PIACE AI BAMBINI

Li coinvolge sicuramente perché racconta, con dolcezza e con la giusta tensione, delle loro paure (tutti i bambini del mondo temono i mostri, i draghi e i fantasmi) e nello stesso tempo le spiega.

Piace per il titolo che incuriosisce.

Piace perché il testo è facile da ascoltare per il suo ritmo. Il dialogo principale, quello fra Andrea e il Nonno Ulivo, è cadenzato da domanda e risposte che sono quasi dei ritornelli: Andrea che spaventato pronuncia il nome del mostro e nonno Ulivo che replica rassicurandolo.

Alla seconda lettura della storia non ho più avuto bisogno di leggere le risposte di Nonno Ulivo perché i miei bambini le hanno anticipate. È diventato un gioco: io che interpretavo Andrea “è il fantasma minaccioso!” e i miei figli che rispondevano al posto di Nonno Ulivo “No, è il vento burlone!” e così via.

In effetti l’albo si presta alla lettura animata o ad un’eventuale drammatizzazione.

PERCHÉ QUEST’ALBO MI PIACE

Il libro mi piace innanzitutto perché è pervaso da grande delicatezza.

Il tema è importante: le paure che possono disturbare un bambino quando si verifica un cambiamento importante nella sua vita.

Andrea è disorientato dall’assenza del suo papà e, come tutti i bimbi piccoli, non sa esprimerlo a parole. Manifesta la sua insicurezza con l’insorgere dell’insonnia e delle paure: paura di creature mostruose sotto il letto o nell’armadio, terrore di tutti i rumori della notte.

L’autrice, Lorenza Farina, fornisce ai noi genitori una chiave interpretativa delle paure di un bambino che non sempre sono palesemente riconducibili alla vera causa. Quante volte ci interroghiamo:“Mio figlio non ha mai avuto insicurezze. Da dove sarà spuntata questa paura dei mostri?” e non ci rendiamo conto che la paura del buio è cominciata, per esempio, con la partenza di una persona cara o con l’inizio di una nuova scuola, anche se apparentemente il piccolo è sereno.

L’autrice tratta le paure di Andrea, dicevo, con delicatezza. Nessuno, nella storia, colpevolizza il bimbo con battute del tipo “Ma che paure stupide” “I mostri non esistono” “Eri così coraggioso prima” ecc.
Nessuno colpevolizza, anzi, tutti lo coccolano. La mamma lo accarezza spesso e Madre Natura lo incoraggia. La figura dell’albero “Nonno Ulivo” è molto dolce. L’ulivo avvolge il bimbo e gli parla, indicandogli la vera natura dei rumori che il bimbo scambia per mostri.

Il libro mi piace, poi, per il testo scorrevole ed elegante, uno di quei testi che arricchiscono il vocabolario dei bambini e il loro immaginario.

LE ILLUSTRAZIONI DI MANUELA SIMONCELLI

L’albo ha delle illustrazioni coerenti con la delicatezza del testo e l’intensità delle paure. Le dimensioni del bimbo e degli elementi naturali sono volutamente irreali per sottolineare dei dettagli: gli occhi grandi che esprimono il terrore, i rami degli ulivi raggomitolati, simili a un groviglio di abbracci, la testa grande di Andrea che finalmente si lascia andare alla serenità dei pensieri.

Ci hanno particolarmente affascinati i colori. Prevalgono le tonalità della notte, i colori freddi come il blu, il verde e il grigio ma sulle stesse si impone sempre un particolare molto caldo: un filo rosso, il petto giallo dell’uccellino, la coperta rosa.

Inoltre nelle illustrazioni c’è sempre un protagonista che nel testo non è citato ma è parte integrante della storia: un uccellino. A me e ai miei bambini piace pensare che sia una specie di angioletto inviato dal papà a vegliare su Andrea.

Insomma, Andrea non ha più paura è una lettura carezzevole!

Che ne pensate?

Ketty

Link

.

ANDREA NON HA PIU’ PAURA

Recensione dal blog “Piccole letture”, 15 maggio 2017

I bambini sono spesso fragili ma sanno anche trovare la via per risollevarsi, spesso molto più degli adulti, grazie all’uso che fanno dell’immaginazione che ha il potere di scaldare il cuore.

Un compagno forte e protettivo può sostenere e aiutare a superare ansie, paure e riempire un vuoto. Come l’ansia da separazione di Andrea, protagonista dell’albo illustrato dal titolo Andrea non ha più paura scritto da Lorenza Farina e illustrato da Manuela Simoncelli (Edizioni Paoline, 2017).

Il piccolo, improvvisamente, si ritrova a sostenere la separazione dal papà probabilmente per parecchi mesi, e perde le sue sicurezze. Vive con la mamma, ma gli incubi e le immagini inquietanti della notte lo tengono sveglio. ll Gigante Dalle Mani Di Ferro o un Drago Dagli Occhi Di Fuoco possono fare molta paura. Le illustrazioni partono con un nido vuoto che troviamo sul primo risguardo, ad indicare quel bisogno di Andrea di rivedere la famiglia riunita al più presto. Lo stesso nido che ritroveremo, simbolicamente pieno, alla fine della storia.

Rumori e voci si fanno insistenti, non riesce a dormire ma fortunatamente un ulivo grande e rassicurante si protende verso di lui ad accarazzerlo, ad abbracciarlo. E tutto diventa tangibile e quindi più facilmente riconoscibile da quel bimbo così sensibile.

Il linguaggio verbale e poetico della Farina è in piena sintonia con il linguaggio delle llustrazioni della Simoncelli che raccontano e arricchiscono la storia per creare quell’incanto fiabesco che ci mantiene concentrati sui dettagli, tra parole e immagini.

I bambini sono i più vicini alla natura perchè privi di sovrastrutture e comprendono più facilmente il suo linguaggio. La natura e le meraviglie che circondano la nostra esistenza danno quel calore e quella serenità utile a superare i momenti di impasse. E tutto, da grigio, diventa luminoso e “stellato”.

Il libro si conclude in maniera aperta. Si odono solo cigolii e il cancello chiudersi. L’importante è che Andrea sia riuscito ad addormentarsi grazie a un dono prezioso che le ha consegnato Nonno Ulivo: il piccolo lo stringerà in mano e troverà rassicurazione. L’esperienza lo ha rafforzato e reso più pronto ad affrontare il futuro.

Le illustrazioni suggestive della Simoncelli, che aveva già lavorato in precendenza con Lorenza Farina (Il Guerriero di legno – Lineadaria Editore e La bambina del treno – Edizioni Paoline) e il tema poetico della natura che sostiene e soccorre, care all’autrice, sono potenti: creano un piccolo capolavoro che i bambini (dai 5 anni in poi) e gli adulti sapranno apprezzare.

Link

.

Sono erba sono cieloSONO ERBA SONO CIELO

Recensione di Annamaria Gatti
attentiaibambini.blogspot.com,  Agosto 2016

                                                                                                                                          “Sono erba… sono cielo… sono un bambino che ha paura del buio e del vento…” sono le parole sussurrate da Giò, il nonno di Emmma.

Nonno e nipotina sono i protagonisti di un tenerissimo  libro, che insegue un obiettivo di tutto rispetto: parlare ai ragazzi di una malattia, o meglio delle persone che incontrano nel loro cammino il baratro dell’Alzheimer e ci devono convivere.

Lorenza Farina, in questo progetto della Raffaello Ragazzi, narra con accurata semplicità del  rapporto  di affetto, delicato e intenso, fra la bambina e il nonno, nella cornice rassicurante ma anche misteriosa della campagna, dove i nonni vivono e dove li raggiunge, per alcune estati, Emma.

Durante queste vacanze impara dai nonni  molto di più  delle regole della natura: “Ascolta il silenzio, così dentro di te potrai sentire tante voci e magari pescare qualche sogno…”, dice il nonno e la nipote impara a riconoscere e  a leggere il moto del suo cuore, a lanciarsi verso il futuro con attesa serena.

La ragazzina di città  fa propri  così  i segreti e i sogni che la natura e l’animo buono e sognatore del nonno le fanno scoprire: sarà amore a prima vista e sarà la poesia ad accompagnare Emma e  il lettore alla dolorosa constatazione della malattia e della possibilità di conviverci con benevolenza e lungimiranza.

E quando il nonno smarrisce la strada, l’affetto apre le porte a una condivisione che aiuta a ritrovare l’orientamento “Ora saremo noi la sua luce, nonna… “ “Sì hai ragione cara,  dato che lui non sa più percorrere la strada che porta al nostro mondo, dovremo essere noi a raggiungerlo quando smarrisce la via di casa…”

Un piccolo capolavoro la narrazione della “partenza” del nonno, che viene riconosciuto da Emma come tutt’uno con la quercia amata, amica di tanti momenti felici e di tanti insegnamenti.

 Si ripresenta in questo nuovo libro della Farina il tema della natura da rispettare e della vecchiaia come risorsa, come nel suo  recente libro “Il guerriero di legno”.  L’anzianità… è una fase della vita che attende tutti e che lascia un patrimonio umano immenso  se ha insegnato il rispetto e la responsabilità e che perciò  merita affetto  e  deferenza nel momento della fragilità. Non è così scontato che sia così.

Il libro potrebbe trovare una bella accoglienza  già dai 9 anni e  si presta a molti  e diversificati momenti di riflessione e di scambio su una realtà vicina a molti ragazzi: valorizzare le loro esperienze con parenti malati e anziani può condurli ad un percorso di vita di qualità.

Il libro ha avuto il patrocinio dell’Associazione Italiana Malattia Alzheimer.

Link

.

 SONO ERBA SONO CIELO

Imma(r)gine – Esplorando la fonte

Elina Miticocchio, 7 febbraio 2016

Il libro che ricevo per posta dal titolo “Sono erba, sono cielo” reca una bella dedica, scritta con grafia chiara e precisa.
Lo apro, lo sfoglio, scorro le pagine molto adagio.
Inizio la lettura, è agile, semplice, accattivante.
Lo stile e il linguaggio dell’autrice sono fortemente visivi e intessuti di poesia.
Dopo aver letto alcune pagine, annoto a matita, questa mie parole : ci sono persone, nella vita, che sono come gli alberi….
Il racconto introduce il lettore all’incontro della giovane protagonista Emma con i suoi nonni, in particolare col nonno Giò. Il nonno ha memoria salda e racconti di forte legame con la natura, con la campagna che abita.
Tutto il suo orto è perfetto e lussureggiante.

“Di quella estate dai nonni, Emma ricordava nitidamente il giallo aranciato dei fiori di zucche e di zucchini, rigogliosi al mattino e afflosciati dal sole cocente del pomeriggio.”

La bambina, poco alla volta, attraverso il colloquio, lo stare con il nonno, impara un nuovo linguaggio, quello delle cose animate, che crescono se curate.
Il senso della cura, il senso dell’amore, il gesto del dare attenzione e del farsi toccare , nelle proprie radici, dal soffio delle stelle, perfino il significato del silenzio, questo alfabeto mai muto, dello stare seduti a riposare sotto la quercia grande.
La storia procede, i colori di colpo cambiano.
L’estate successiva Emma incontra un nonno cambiato, svagato, assente, malato.
Non ha più memoria, non racconta altre storie, ha dimenticato le sue cose preziose.
Non svelerò l’intera storia ma mi soffermerò su quella parola, così importante nella logica del libro, che è appunto “memoria”. Memoria contagiosa, fitta, salda, laccio e nodo che salda il rapporto tra due generazioni, infine senso di ritrovamento, tempo di gratitudine nel ricordo.
I ricordi restano nel cuore come il ritmo della natura, vivono infine e per sempre in una dimensione più grande, universale.
Questo lo afferma l’autrice stessa nell’introduzione al racconto. Il nonno dichiara:
”Un giorno mi trasformerò in una quercia gigantesca come questa… Sarò come un Cavaliere tutto Verde Brillante”.
E noi lettori rispondiamo con le parole di Emma:
”E io sarò un passero fra i tuoi rami”.

Link

.

SONO ERBA SONO CIELO

Sono erba, sono cielo. Se guardi l’Alzheimer con gli occhi di un bambino, www.kevitafarelamamma.it, 6 novembre 2015

È  estate. Emma, 10 anni, trascorre per la prima volta l’estate senza mamma e papà nella casa di campagna di famiglia. Ad accoglierla, in quella casa immersa nel verde, ci sono i suoi nonni.  È soprattutto nell’abbraccio del nonno Giò che Emma trova riparo sicuro e fonte inesauribile di divertimento. Fra Emma e il nonno c’è un profondo affetto alimentato dall’amore che provano entrambi per la natura e per i racconti. Il nonno conosce a memoria storie e versi meravigliosi. Il vecchio Giò evoca spesso il Cavaliere Verde che con le sue gesta scandisce le luminose giornate estive.

Alla fine dell’estate l’intesa fra nonno e nipotina è totale. Mentre sono seduti a riposare sotto la quercia preferita del nonno, lui affida alla sua piccola i suoi piccoli segreti.

La serenità però, col tempo si incrina. L’estate successiva Emma torna dal nonno e lo trova cambiato: assente e smagrito. È arrivato un mostro nella loro vita, una terribile malattia chiamata Alzheimer. Emma la percepisce così: “Il signor Alzheimer assomigliava ad un ladro che di notte era penetrato nella casa del vecchio Giò. Si era infilato senza invito nella testa del nonno, rubandogli con destrezza impressionante memoria, cuore e anima, svuotandolo come una cassaforte colma di cose preziose.”

Il tempo passa, il nonno diventa sempre più indifeso, dimentica gli oggetti in posti assurdi, non ricorda più i volti finché un un inverno muore.

Ma la storia continua. La morte del nonno non è la fine.

Emma  trascorre altre estati con un nonno ancora presente nel ricordo, vivo nel verde della natura.

Nonno Giò, per Emma, ha preso le sembianze della maestosa quercia. Ed è proprio la quercia che un giorno diventa il teatro della più emozionante avventura di Emma: un giorno, sfidando un amico, Emma si arrampica raggiungendo altezze vertiginose. Emma sente che è stato proprio il nonno ad aiutarla nell’impresa, porgendole i rami a sostegno dei suoi passi e con le parole di coraggio che le ha lasciato in eredità.

Questa storia, raccontata con stile fresco, parole chiare e suggestive, è una storia commovente e nello stesso tempo gioiosa.

Ha toccato le mie corde profonde. Quando ho cominciato a leggerla, non sapevo ancora che era anche la mia storia, quella di mio nonno Giovanni ammalatosi di Alzheimer.

Cosa c’è in questo libro?

C’è  l’Alzheimer, una delle più angoscianti malattie, di quelle che depredano la personalità.

Eppure la malattia non è la fine.  La tenerezza soppianta la paura. Il dolore di non riconoscere più il nonno e di non essere più riconosciuta da lui, è curato dalla consapevolezza di un legame che non può morire.

La logica dei sentimenti è più forte della totale illogicità dei gesti indotti dalla malattia.

C’è una bambina che trova protezione in suo nonno ma quando è il momento sa diventare lei stessa protettrice del nonno.

È quello scambio di ruoli che prima o poi tocca a tutti. I figli un giorno saranno chiamati a prendersi cura dei genitori anziani, i nipotini dei nonni. È un passaggio che, vissuto nell’amore e nella naturalezza, ci rende uomini e donne veri. Dopo aver tanto ricevuto, c’è il tempo della gratitudine.
C’è la morte, anch’essa  sentita come un passaggio naturale e non definitivo.

Quella casa, quella quercia, sono sempre intrisi delle tracce del nonno.

C’è una parola chiave: la memoria.

Prima la memoria è l’aspetto più affascinante del nonno, lui sa tanti versi e racconti a memoria.

Durante la malattia la memoria è la parte che viene disintegrata.

Dopo la morte, la memoria è quel che consente al nonno di continuare a vivere nel cuore di Emma. “Nessuno muore se vive nel cuore di chi resta”.

Il finale del libro è degno di tutto questo. Mamma e papà, con immensa felicità di Emma, decidono di andare a vivere nella casa dei nonni. La casa di campagna, dopo la decadenza subita durante il periodo di malattia del nonno, riprende un nuovo ciclo. Il percorso di una famiglia che ama continua: la memoria continua, avrà un futuro.

Il libro, edito da Raffaello ragazzi editore è stato scritta dalla bravissima Lorenza Farina per i bimbi da 10 anni in su ma sento di consigliarlo a tutti, per cominciare a vedere l’Alzheimer e le altre malattie similmente invalidanti con gli occhi di un bambino, senza paura, con tenerezza.

Ketty Tribuzio

Link

.

SONO ERBA SONO CIELO

Blog della rivista Pagine Giovani, 08 ottobre 2015

Al  lettore, ragazzo o adulto, che si accinge a leggere il nuovo libro di Lorenza Farina, si pongono subito alcuni interrogativi, che a mio parere, richiedono un approfondimento per fornire una possibile chiave di lettura, che aiuti a penetrare pienamente il messaggio trasmesso. La storia di Emma, fanciulla cresciuta in città e del nonno Giovanni, detto Giò, nato e vissuto in campagna in simbiosi con la natura e con le sue creature, offre subito una rappresentazione delicata e gentile di un felice rapporto fra generazioni che hanno l’opportunità di conoscersi, di vivere un indissolubile legame, quale spesso si instaura fra nonni e nipoti. E già, di per sé, in questa prima rappresentazione, il giovane lettore può immediatamente ritrovarsi e condividere la situazione emotiva, grazie anche al linguaggio dell’Autrice, che qui come in altre sue opere rivolte ai ragazzi, è semplice, essenziale e allo stesso tempo visivo e poetico. Un primo interrogativo si pone già nel titolo del racconto: ”Sono erba sono cielo”, per chi voglia cercarne una spiegazione e il senso recondito. Un titolo dunque che sembra anticipare un’ intenzione narrativa non esclusivamente incentrata sulla relazione affettiva, che lega un nonno a un nipote. C’è, in quella voce del verbo essere, in quel “Sono…” un’asserzione, un processo d’ identificazione dell’essere umano con altri esseri dell’universo naturale, una dichiarazione di somiglianza che rifiuta catalogazioni e classificazioni, distinzioni di genere e di forma fra le creature. Pare così di assistere al trasferimento delle creature, che passano da una condizione di vita unica a una dimensione più universale. Il titolo ci sembra, quindi, suggerire un’interpretazione che conduce a riflessioni ambientaliste sulla vita di tutti gli esseri viventi, alla visione di una nuova sensibilità e concezione di unità esistenziale. E questa visione sembra poi ripresa nel testo dell’Autrice e riproporsi già nella pagina introduttiva al racconto, dove il nonno testualmente dichiara: ”Un giorno mi trasformerò in una quercia gigantesca come questa… Sarò come un Cavaliere tutto Verde Brillante”, a cui fa seguito la risposta di Emma: ”E io sarò un passero fra i tuoi rami”. Ma tornando alle parole del nonno, che fanno menzione a un leggendario Cavaliere tutto verde brillante, forse di lontana origine celtica, abbiamo un’ ulteriore conferma del valore simbolico a lui attribuito, nel brano recitato a memoria dal vecchio Giò, tratto dalla storia di “GALVANO e il Cavaliere verde”. Cavaliere divenuto figura archetipica, che in capitelli di chiese di epoca medioevale, viene rappresentata con foglie che escono dal naso, dalla bocca, dagli occhi e che sostituiscono perfino i capelli. Potremmo allora dire che nonno Giò ne è, o sembra essere, una novella personificazione dell’antico cavaliere, capace di perdere la testa e di smarrire la memoria delle cose (e qui ben si vede il riferimento agli effetti dell’alzheimer), ma allo stesso tempo in grado, come l’antico cavaliere, di sopravvivere nel creato, nella vita dell’universo naturale. Concetto questo, certo difficile da spiegare e da proporre a dei giovani lettori, ma che in quest’opera trova una levità, che anche la mente del ragazzo può percepire e capire, seguendo le vicende e intuendo la forza dei sentimenti, che legano i due protagonisti, superando il male. Mi permetto qui di aggiungere una nota di sapore scientifico. Nell’ultima edizione del Premio Nazionale Mazzotti ha vinto il secondo premio un saggio di Stefano Mancuso e Alessandra Viola, dal titolo ”Verde brillante”, Giunti Editore, e credo utile riprendere qui alcune righe del volume: ”La calma che ci pervade in loro compagnia (dei vegetali) è forse l’eco della consapevolezza ancestrale che nel verde risiede tutto ciò di cui abbiamo bisogno e ogni nostra possibilità di sopravvivenza. Oggi come allora”.

Certamente il vecchio Giò, nel romanzo di Lorenza Farina, pubblicato con il patrocinio di A.I.M.A. (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer), si mostra di questo pienamente consapevole.

Genere: romanzo. Età: da 9 anni

Alessandra Jesi Soligoni

Link

.

SONO ERBA SONO CIELO

Blog “Bacini di farfalla”, 31 agosto 2015

ALZHEIMER: LA BELLEZZA DEI RICORDI
Fra 2 giorni saremo in settembre, di nuovo. Inizia il nuovo anno anche per Leggere insieme ancora. E non vedo l’ora di parlare di amicizia attraverso alcuni libri per bambini. Mentre cercavo libri sull’amicizia mi venivano in mente i miei di amici, quelli di quando ero piccola. E anche quelli virtuali che in quest’ultimo anno sono cresciuti tanto (davvero davvero tanto). Per fortuna molti ho potuto conoscergli anche di persona. Ma una nuova amicizia a me cara manca ancora all’appello. 
 
Lei, per chi ama i libri per bambini, non ha bisogno di presentazioni perché è l’autrice di “Il volo di Sara”, un vero capolavoro (mia opinione….). Così bello e “difficile” che ci ho messo 6 mesi ad acquistarlo. Mi limitavo a sfogliarlo quando andavo in libreria. Ma lei ha scritto altri libri, albi illustrati e non. Chi è? Lorenza Farina, una ex bibliotecaria che scrive davvero con il cuore. 
 
Oggi vorrei parlare di due sue opere. La prima “Il guerriero di legno” è un albo illustrato edito da Lineadaria. Grazie a questo libro noi siamo diventate amiche virtuali. Grazie all’iniziativa che Leggere insieme ancora aveva proposto a dicembre dell’anno scorso, il flashmob “Regala un libro all’ospedale”. Grazie a lei che sapendolo mi invio questo libro da donare all’ospedale. La sua dedica era così bella… il libro così toccante… ne volevo una copia per me. Difficile davvero lasciarlo andare. E ho portato a Roma una valigia piena! 
 
Insomma, ora ho la mia copia. Sono mesi che voglio raccontarvela ma forse non era arrivato il momento. E’ il libro che mi accompagnò all’incontro di leggere insieme ancora sugli alberi. E lo porterò con me anche per il tema dell’amicizia. 
 
 
 
Il Guerriero di Legno è un albero che abita nella Foresta Di Parole. Nonostante il suo nome il Guerriero, che non ha mai combattuto una guerra, ama raccontare storie. Lui fa il contastorie mattina, pomeriggio e perfino sera. Gli alberi più giovani della Foresta, gli animali, il sole, la luna e persino l’arcobaleno amavano ascoltare i racconti del Guerriero. Ognuno aveva la sua preferita: 
 
Guerriero di Legno, mi racconti un storia corta in rima baciata?” 
 
Passano gli anni e Guerriero diventa vecchio e rugoso. In una notte buia d’inverno, all’improvviso, Guerriero perse la memoria e con essa il ricordo di tutte le sue storie. E la voce. Passò in solitudine l’inverno. All’arrivo della primavera animali e alberi accorsero per sentire un suo racconto. Ma lui “se ne stava muto e immobile con i rami piegati fin quasi a toccare il terreno. Prigioniero di una grigia gabbia, inerme come un guerriero senz’armi e senza corazza, sembrava non riconoscere più nessuno“.
 
Ma gli alberi giovanni le ricordavano le storie, e cominciarono a raccontarle, prendendo l’eredità che il Guerriero aveva lasciato loro. 
Il secondo libro di cui vorrei parlare è appena uscito per Raffaello Ragazzi. “Sono erba, sono cielo” è un libro di narrativa indicato a partire dai 7 anni. La storia non è nuova: una bambina cresciuta in città, un nonna e una nonna che abitano in campagna, l’estate dai nonni a contatto con la natura… Un albero sempre protagonista che accoglie, dona, ascolta e parla. La nostra protagonista, Emma, trascorre 3 estate dai nonni. Con i nonni impara a coltivare l’orto, ad arrampicarsi sugli alberi, a distinguere tutti i tipi di alberi studiando le loro foglie.  
 
Ma nell’ultimo estate il nonno non è più quello di una volta. Combatte contro la malattia ed Emma imparerà a prendersi cura di un nonno tornato bambino: “il signor Alzheimer assomigliava a un ladro che di notte era penetrato nella casa del vecchio Giò. Si era infilato senza invito nella testa del nonno, rubandogli con destrezza impressionante memoria, cuore, anima, svuotandola come una cassa forte colma di cose preziose
 
Il ricordo di quanto imparato con il nonno accompagnerà sempre Emma. E farà avvicinare tutta la famiglia di nuovo in natura. Il nonno rimarrà “impigliato” tra i rami dell’albero dove lo si può ancora sentire mentre racconta la storia di “Il Cavaliere Verde”.
 
***************
 
Due storie che parlano di perdita di memoria, di una brutta malattia che toglie i ricordi. Per aiutare i bambini (e anche i grandi) a capire, a parlare. Essere vicino a un malato di Alzheimer deve essere una esperienza durissima. Avere accanto una persona che ami ma che non ricorda di amarti. Se è difficile solo pensarlo per noi adulti immagino che i sentimenti di un bambino di fronte a un nonno, nonna o parente che non ricorda chi sei siano terribili. Non è facile capire. 
 
Ricordo che all’inizio della malattia di mia madre ero angosciata perché sembrava, davvero tutto indicava, si trattasse di Alzheimer. Ricordo la tristezza e la paura, la mancanza di respiro al solo pensiero che lei potesse un giorno dimenticare chi ero e quanto bene la volevo. Per mia fortuna non è così. Lei si ricorda di me e gli manco ogni giorno. Per sua fortuna (spero) ha ancora la consolazione dei suoi ricordi. 
 
Per chi invece non ce gli ha più, noi, come gli alberi giovani della Foresta Di Parole, possiamo custodire i loro ricordi e raccontare le loro storie a chi viene dopo di noi. Come le favole sono arrivati a noi così la vita dei nostri cari continua finché noi le ricordiamo.  
 
Era una persona serena, nonno Giò. (…) 
Forse perché viveva secondo il ritmo della natura, 
senza correre e affannarsi per un nonnulla 
come fanno tutti. 
E poi lui credeva nei sogni

.Link

.

.

LA-CASA-CHE-GUARDA-IL-CIELO-copertinaLA CASA CHE GUARDA IL CIELO

Figli Moderni, 26 gennaio 2016

Giorno della Memoria: “La casa che guarda il cielo” scritto da Lorenza Farina e illustrato da Marcella Brancaforte

Se vado indietro con la memoria ripensando alla prima volta che ho sentito parlare di Shoah il mio primo pensiero va al “Diario” di Anna Frank. 

 
Avevo circa 13 anni, ero a casa di mia nonna grande lettrice da sempre. Ogni volta che andavo a trovarla mi portava ad una bancarella di libri usati, mi faceva scegliere ciò che volevo e leggevo. Quella volta però aveva già un libro per me -Gio conosci Anna Frank?- alla mia risposta negativa mi disse solo -Bene, allora leggi questo sono sicura che ti piacerà-.
 
Mi consegnò un’edizione pubblicata da Giulio Einaudi Editore, con la prefazione di Natalia Ginzburg e iniziai a leggere, anch’io a quell’età tenevo un diario perciò mi immersi e mi persi nella lettura del diario di Anna. Il “Diario” di Anna Frank mi fece commuovere, inorridire, impaurire, sperare, ero presa da ogni pagina e ogni pagina era un susseguirsi di emozioni contrastanti. Nella mia mente faticavo a capire tante atrocità e tante ingiustizie e mia nonna mi raccontò la guerra, che aveva vissuto, come solo una nonna sa fare.
Ho ancora quel libro, sì proprio quello che mi regalò mia nonna, 



perciò quando vidi “La casa che guarda il cielo. Anna Frank, per non dimenticare” scritto da Lorenza Farina lo comprai subito.

 
Amo molto questa autrice perché Lorenza Farina sa parlare di argomenti così importanti con una poesia che è solo sua, riesce a raccontare di orrori e ingiustizie, entrando nell’anima del lettore, piano piano, con dolcezza ed è proprio ciò che amo di più dei suoi libri. 
 
Nemmeno questa volta, infatti, ha tradito le mie aspettative, anzi è riuscita a sorprendermi di nuovo, dando un taglio nuovo e moderno al “Diario” di Anna. 
 
Le splendide illustrazioni di Marcella Brancaforte, dai  tratti dolci e delicati, accompagnano i nostri ragazzi, pagina dopo pagina nella vita di Anna.
 
La voce narrante è la casa che ha accolto la famiglia Frank, la vecchia casa ci racconta dei preparativi per accogliere la famiglia di Anna, degli amici che li aiutarono di nascosto a preparare il loro nascondiglio cercando di renderlo il più confortevole possibile.
 
E’ sempre la casa che ci fa entrare nella vita di Anna, che ci racconta le sue emozioni, le sue paure, la sua malinconia. Quando Anna scrive il suo diario, Kitty, la casa la osserva, legge ciò che scrive, la comprende, le fa tanta tenerezza la piccola Anna.


 
Il nascondiglio di Anna non sono più mura fredde e inanimate ma assume l’umanità di un’amica silenziosa, di una mamma che la vuole proteggere, di un’osservatrice attenta che vorrebbe lenire il dolore di Anna.
 
“Che non ci sia nessuno capace di comprendere che, ebrea o non ebrea, io sono soltanto una ragazzotta con un gran bisogno di divertirmi e di stare allegra?”
 
Nessuno riusciva, però, a dare una risposta alla sua semplice e legittima domanda.
Come avrei voluto squarciare la grigia parete che dava sul canale e far entrare nella stanza un pezzetto di cielo!
 
E’ la casa che capisce i suoi occupanti, che ci racconta le discussioni e i litigi che avvengono tra le sue mura, le loro paure e i loro stati d’animo. 


 
Lei che ci racconta l’arresto di tutti i suoi inquilini, facendoci vivere quel triste momento minuto per minuto come fossimo lì con loro, che ci trasmette il senso di impotenza e di ribellione che proviamo durante questa ingiustizia.


 
Appena sparirono alla mia vista , un impeto di ribellione m’investì tutta, dalle fondamenta fino al tetto. Le assi di legno dei miei pavimenti cominciarono a scricchiolare e così pure le travi del soffitto. Le porte cigolarono, le finestre inspiegabilmente si spalancarono come per un’improvvisa folata di vento. Pezzi d’intonaco si staccarono dai muri e caddero per terra come briciole di pane. La luce del sole, a cui da tempo non ero più abituata, mi abbagliò, lasciandomi stordita.
 
Non è forse ciò che prova ognuno di noi nel leggere la storia di Anna? 
 
Ma il racconto della casa-nascondiglio va oltre…ci racconta di come è diventata adesso, una casa famosa, di come a volte rivede Anna in qualche ragazzina che entra per visitarla, di come la ricorda, negli ultimi istanti della sua vita. 
 
La casa non dimentica e noi neanche, non dovremmo aspettare il 27 Gennaio di ogni anno per parlare di Shoah ai nostri figli, dovremmo ricordare sempre, giorno dopo giorno, dovremmo insegnare ai nostri figli che dagli errori del passato si impara ad essere migliori, che gli orrori non si devono ripetere e per fare ciò non bisogna dimenticare mai. 
 

Potete acquistare “La casa che guarda il cielo” in tutte le migliori librerie, oppure cliccando sul link La casa che guarda il cielo, un libro che dovrebbe essere letto in ogni classe, in ogni casa, perché davvero meraviglioso!

Per i più piccoli, dai 6 anni in poi, della stessa autrice e sullo stesso argomento,  vi ricordo “Il volo di Sara” di cui vi avevo già parlato qui, insieme a Lorenza Farina. 

Buona lettura a tutti!

Link

.

LA CASA CHE GUARDA IL CIELO

kevitafarelamamma.it, 17 gennaio 2016

Il 27 gennaio sarà il giorno della memoria, istituito anni fa dall’assemblea delle Nazioni Unite per commemorare le vittime del nazismo.

Lo confesso, per me è un giorno difficile. Riascoltare certe storie di crudeltà e sofferenza mi fa sanguinare ferite interiori.

La tentazione di dimenticare è forte.

Dimenticare, però, significa fare il gioco di chi inneggia e pratica ancora tutte le forme di persecuzione fondate su presunte differenze fra individui del genere umano.

La memoria è forza, ci fa sentire parte della storia dell’umanità.

Da madre, mi dico, la memoria è uno dei doni più importanti che posso trasmettere ai miei figli. Per questo sono contenta di celebrare quest’anno il 27 gennaio con un bellissimo libro per ragazzi che custodirò in libreria per quando i miei bambini saranno più grandi.

La casa che guarda il cielo” di Lorenza Farina, è un romanzo che racconta la storia di Anna Frank a giovani lettori, dai 9 anni in su, con linguaggio semplice e affascinante, sfumato di tutte le emozioni che appartengono ai giovani cuori ed arricchito da un’interessante sezione in appendice di approfondimenti e schede tecniche curata da Paola Valente.

Prima di leggere e proporre il libro, direi che bisogna prepararsi psicologicamente, prepararsi a:

- tanto amare
- tanto soffrire
- tanto sperare

Tanto amare

La protagonista, Anna Frank, nella descrizione di Lorenza Farina, suscita affetto immediato. Tredicenne alle prese con i chiaroscuri dell’adolescenza, sa essere tanto mistica – come nelle sue manifestazioni di fede in Dio e amore per la natura – quanto ribelle – come nelle sue incomprensioni con la madre o con gli altri inquilini. Ma, sia che rida sia che pianga, Anna Frank ha un dono speciale: suscita vibrazioni di vita.

Nella pagine del romanzo che, sapientemente, cita tra virgolette brani dell’autentico diario di Anna, si sente battere il cuore forte di questa ragazza, scosso fra la sofferenza della prigionia, la nostalgia delle sue amiche, la voglia di innamorarsi, la gioia di poter ammirare la natura dalla finestra in soffitta, il piacere di scrivere, la predisposizione a portare allegria agli altri.

Tanto soffrire

Non si può non soffrire nel pensare ad una ragazza  così esuberante, una di quelle che dovrebbero esprimere al mondo se stesse senza limitazioni, reclusa in un posto dove il silenzio è l’unico strumento per non farsi scoprire e continuare a vivere.

Non si può non soffrire pensando che la coinvolgente narrazione delle pagine del diario di Anna un giorno si arresta per non riprendere più, lasciando a metà il fiorire dei sogni di una giovane donna.

Non si può non soffrire leggendo il resoconto del ritorno ad Amsterdam di Otto, il padre. Nel 1945 Otto è l’unico sopravvissuto della famiglia, le sue donne sono state portate via dall’epidemia di tifo del campo di concentramento.

Questa sofferenza, d’altra parte, giunge “filtrata” perché la voce narrante non è quella dei protagonisti bensì quella della casa segreta che li ospita. Se è un personaggio “terzo”, anche se empatico, che ci racconta eventi tristi, sembra che gli stessi ci tocchino in modo più morbido. Questa tecnica narrativa, secondo me, rende ancora più adatto il libro ad un pubblico giovane e sensibile.

Contribuiscono ad alleggerire il racconto le illustrazioni colorate che raffigurano volti mai turbati dalla disperazione.

Tanto sperare

La vicenda di Anna Frank irradia bagliori di speranza. Ho apprezzato la rielaborazione del diario di Anna Frank anche per la scelta dell’autrice di sottolineare certi brani del diario originale.

E’ Anna stessa che insegna la speranza: “Finché questo c’è ancora, e io posso godere questo sole, questo cielo senza nuvole, non ho il diritto di essere triste”.

La speranza di Anna resta persino nel genere umano, ogni volta che è convinta della bontà di fondo di tutte le persone.

Infine, c’è speranza nel finale. La memoria di Anna è salva, il diario è intatto, sopravvissuto alle devastazioni naziste che rastrellavano ogni bene.

Il suo diario, per noi, è una luce. È proprio come quei raggi di sole di cui lei si nutriva, segretamente, ammirandolo dalla finestrella in soffitta.

Finché c’è questo tipo di memoria, neanche noi abbiamo diritto di essere tristi.

Buona lettura e buona memoria

Link

.

LA CASA CHE GUARDA IL CIELO

Recensione di Annamaria Gatti pubblicata nel periodico Città Nuova, n°10, Roma 10 maggio 2015.

Nell’immaginario scaffale delle produzioni letterarie di Lorenza troneggiano curate edizioni, illustrate con maestria; alcune di queste ripercorrono le vicende gravi e a noi ancora vicine delle vittime della guerra e delle persecuzioni, per esempio “La bambina del treno” (Ed. Paoline-2010) o “Il volo di Sara” (Ed. Fatatrac-2013), dove all’orrore si oppone il coraggio e la speranza.

In particolare, in questo nuovo progetto della Raffaello, Lorenza Farina si immerge nella vita di Anna Frank. Una lettura un po’ nuova, che alterna testi del famoso diario alla narrazione: la casa che ospita la reclusione volontaria di Anna e della sua famiglia è infatti la voce delle vicende di questa adolescente famosa in tutto il mondo, martire con i martiri della Shoah.

Nel lavoro di Lorenza il respiro di Anna, gli occhi di questa ragazza sfiorano i nostri, si imprimono nei nostri cuori attraverso l’empatia di una casa, trasformata in personaggio vitale e narrante: a pensarci bene tutte le case ci paiono un po’ vive e capaci di testimonianza!

Questo appartamento di Amsterdam diventa un tempio dove l’amore per la natura, la fiducia nell’umanità vincono sulla bruttura e aprono nuovi scenari.

“Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine , la pace e la serenità” Anna Frank 15 luglio 1944.

L’unico diabolico gravissimo errore, ancora, sarebbe dimenticare o nascondere ai nostri ragazzi queste esperienze di vita, ignorare le testimonianze di chi l’orrore l’ha vissuto e raccontato.

PER NON DIMENTICARE. MAI.

.

LA CASA CHE GUARDA IL CIELO

Filastrocche.it, 8 maggio 2015

Un romanzo che narra la storia di due anni di vita di Anna Frank, la ragazzina ebrea perseguitata dai nazisti, divenuta simbolo della Shoah, cioè del periodo storico che intercorre fra il 30 Gennaio 1933, quando Hitler divenne Cancelliere della Germania, e l’8 Maggio 1945, che segna la fine della guerra in Europa. Al centro del racconto, che intende avvicinare i ragazzi a questa immane tragedia, la casa di Amsterdam dove Anna e la sua famiglia di origine tedesca si nascosero per sfuggire alle persecuzioni dei loro aguzzini.

In questa prigionia forzata, dall’estate del 1942 al 4 agosto del 1944, le scalcinate e umide pareti della casa parlano e raccontano, testimoniando le paure, le riflessioni, i pensieri e i momenti vissuti da Anna, che con il suo Diario ha commosso intere generazioni. Con un originale taglio narrativo, l’autrice, Lorenza Farina, sottolinea l’ammirazione di Anna per la natura e la sua salda fiducia nello splendore del cielo: “Finché questo c’è ancora e io posso godere questo sole, questo cielo senza nuvole, non ho il dirtitto di essere triste”.

In appendice il volume presenta interessanti schede didattiche a cura di Paola Valente, ricche di informazioni, riferimenti fotografici e approfondimenti.

link

.

.

cop-guerriero-legnoIL GUERRIERO DI LEGNO

Blog Scaffale Basso, 18 novembre 2015

Alberi pieni di speranza

La giornata mondiale degli alberi, (21 novembre) celebrerà questi silenziosi custodi dell’aria che con il loro ininterrotto lavoro permettono la vita sulla Terra. Noi oggi li festeggiamo attraverso due libri che in modo diverso ma simile colgono l’essenza di quello che gli alberi rappresentano.

Il secondo libro di cui vi parlo ha come protagonista un albero ed anche quest’albero è un guerriero: è Il Guerriero di Legno di Lorenza Farina e Manuela Simoncelli. Quest’albero è un combattente, eppure «non aveva mai fatto la guerra in tutta la sua vita», aveva sempre fatto il cantastorie. La sua fronda verde e brillante era un intrico di storie, personaggi, spazi, luoghi… Era un albero molto amato, perché donava come solo gli alberi sanno fare, donava generosamente tutte le sue storie senza chiedere niente in cambio: «intrecciando parole corte e lunghe, parole pepate e dolci, tristi e allegre, in un battibaleno intesseva una trama che lasciava tutti a bocca aperta». Era «l’albero cantastorie che non sapeva mai dire di no» e per ognuno aveva la storia giusta, ovvero la parola di cui ognuno aveva bisogno. Un inverno però di venti freddi e raffiche taglienti il vecchio Guerriero perse in una folata anche la sua memoria e la sua voce: «Il Guerriero di Legno, sopravvissuto a tante tempeste, ora si sentiva solo coma una pianta senza radici, avvolto in un tenebroso silenzio che lo scuoteva fin nel profondo». È una guerra diversa questa, è la guerra della vita, contro il dolore, la malattia e lo sconforto. San Paolo scriveva «La tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata, la speranza»: quella di questo guerriero è una guerra silenziosa, come quella che combatte l’albero azzurro, il percorso è lo stesso. Anche in questa storia l’albero vive un’abbandono totale: come l’albero azzurro si era lasciato pazientemente tagliare, il guerriero si lascia quasi seccare e questo permette che intorno fiorisca la vita. Sono gli alberi giovani accanto a quel guscio silenzioso a fiorire, ad iniziare a vivere: «Il suo volto rugoso sembrava di pietra, lo sguardo perso nel vuoto, ma il suo cuore di guerriero continuava a battere al ritmo cantilenante di quelle parole e di quelle storie che avrebbero continuato a vivere per sempre e dove lui aveva lasciato una parte si sé». Manuela Simoncelli cerca di ricreare l’ambiente onirico e immaginifico e alcune tavole risultano ben riuscite (l’intrico dei rami, le lacrime, le foglie nell’inverno gli occhi dei giovani), altre sono un po’ più pesantemente descrittive. Nel complesso però il racconto ha una personalità propria e dà voce ad una battaglia che spesso non trova spazio nella considerazione comune, quella di tanti uomini affetti da malattie dure.

Un altro libro triste, secondo Saverio, eppure intriso di speranza e pace.

Una coppia di libri per sperare contro ogni speranza.

P.S. entrambi i libri vantano riconoscimenti: Il Guerriero di Legno ha vinto il Concorso Letterario Nazionale di Mezzane.

Link

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

Blog della rivista Pagine Giovani, 21 maggio 2014

Un albo finemente illustrato che coniuga un testo poetico e efficaci immagini evocative di atmosfere liete o tristi. Lorenza Farina, autrice che ha maturato una buona consapevolezza stilistica anche grazie alla sua professione di bibliotecaria per ragazzi, propone un racconto lieve, dall’ambientazione verde per parlare di storie da inventare, raccontare, ricordare e tramandare. Il guerriero di legno è un albero che ama raccontare e assurge a cantastorie per piante e animali durante le quattro stagioni. Dopo molti anni il guerriero non ricorda più la sua funzione, non è capace di inventare e non ha gli strumenti fisici e psicologici per riprovare. Il finale è comunque di impronta ottimista perché oltre a far accettare con benevola saggezza il decadimento senile l’A. ribadisce il ruolo delle nuove generazioni che non sono più destinatarie di racconti ma loro stesse artefici per tramandare e memorare.
Il testo ha vinto il primo premio al “Concorso Letterario Nazionale “IL GUSTO DEL RACCONTO” 2009 del Comune di Mezzane (VR) ed è pubblicato con il sostegno di CONFARTIGIANATO PERSONE.
Età: 5 – 8 anni
Claudia Camicia

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

                    RECENSIONE DEL RACCONTO “IL GUERRIERO DI LEGNO”                      di Alessandra Jesi Soligoni

31 luglio 2014

“IL GUERRIERO DI LEGNO” è un delicato racconto per l’infanzia, in cui l’autrice evoca il personaggio del cantastorie, antica figura dell’oralità popolare, che ha lasciato indelebile memoria nel substrato culturale di molte comunità agresti, attraverso i racconti di storie che esprimevano lo spirito del luogo e della tradizione, rivolte a grandi e piccini, attratti dalla voce del fantasioso narratore e dal piacere dell’ascolto. E ne evoca la figura, mutandone l’aspetto e il carattere umano, per farlo vivere nella forma vegetale di un vecchio albero, che allo stesso tempo assume la funzione di narratore, di inventore di storie e insieme di testimone del vissuto delle molte creature che popolano il mondo naturale e a cui appartiene, da esse traendo ispirazione e linfa. Ciò che maggiormente lo contraddistingue è la capacità di adattarsi alle attese, alle aspettative dei suoi multiformi ascoltatori, creando storie sempre diverse, in risposta all’uno a all’altro interlocutore, spinto dall’esigenza di assecondare bisogni e curiosità, suscitando in loro piacere e partecipazione. Nella sua ormai antica saggezza, l’albero dunque si predispone all’ascolto: ascolta le voci che a lui si rivolgono, che dialogano, che si intrecciano, che esprimono sorpresa, ascolta la voce della betulla, del gufo, dello scoiattolo, del corvo, e ad ognuno poi consegna la propria storia. Ma, a volte, le sollecitazioni sono più sottili,gli giungono dalla bellezza dei colori dell’arcobaleno, dalla suggestione della pallida luna,dalla forza del vento e dallo scorrere del tempo, con le stagioni e i mutamenti del ciclo naturale e dell’esistenza. Allora risponde con vibrazioni profonde del suo animo vegetale,e prova ammirazione per gli incanti della natura, per le sue leggi, per la sua armonia.Così le sue storie, di volta in volta costruite con gli stimoli ricevuti, non hanno svolgimento fisso, traccia fissa, ripetitiva, un unico percorso. Nascono libere, alla ricerca della pura invenzione, della fantasia creativa. E chi più di un bambino, di un lettore/ascoltatore può stare al gioco dell’immaginazione, del fantastico, a cui l’autrice lo invita, con una scrittura fresca, gioiosa, coinvolgente, appropriata alla sua stessa età infantile? Anche laddove lo scorrere del tempo muta lo stato del vecchio albero, togliendogli voce e memoria, viene affrontato il passaggio, certamente difficile, del decadimento del grande guerriero, con piena naturalezza, senza rimpianto, trasferendo la memoria di lui nei giovani alberi, cresciuti alle sue storie. E questo è un messaggio forte che, a mio avviso, avviene senza possibile trauma, ed è merito dell’autrice, che non rende mai la pagina faticosa, che non respinge mai il fanciullo, e lo fa con l’uso di un linguaggio vivace, carico di suggestioni e di immagini gioiose (in questo ben affiancata dalle illustrazioni di Manuela Simoncelli) e pure linguaggio attento al dettato pedagogico, al bisogno preminente dell’infanzia, di trovare compenetrazione fra il mondo del reale e il mondo della fantasia.

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

    Officina Genitori, 15 settembre 2014

Cosa siamo senza la nostra storia? Una pianta senza radici.
È così che si sente il Vecchio Albero, Guerriero di legno, quando perde la sua magica capacità di raccontare storie. Un vecchio albero è quanto di più vicino ci sia all’immagine della stabilità, della solidità. Ma se non c’è memoria, non c’è voce, ma solo un grande silenzio. L’albero guerriero non è solo, però: tutti i giovani alberi, che avevano sempre ascoltato i racconti del vecchio albero, diventano a loro volta narratori di storie, testimoni di quella memoria che è stato loro tramandata. Diventano dunque capaci di rigenerare la primavera delle parole dando così sollievo a chi non è più in grado di trattenere ricordi.
Un tema difficile, quello dell’anziano che per colpa della malattia perde la memoria, raccontato ai bambini con toni poetici, dove traspare il dolore, la malinconia ma con delicatezza e garbo, anche grazie alle splendide illustrazioni che seguono il racconto in perfetta sincronia, intonandosi alle parole. Così la pagina in cui la betulla argentata chiede una storia assume tonalità blu come l’argento, gli oggetti dai colori vivaci appaiono man mano che l’albero li descrive. Perfino il sole con la risata scoppiettante ha i raggi come popcorn. Poi arriva il vuoto e il silenzio della memoria e le pagine si adeguano, nei colori freddi dell’inverno. Non si guarisce, ma molto si può fare, e anche i colori tornano in qualche dettaglio pur rimanendo tenui e delicati.
Nel testo troviamo una felice parallelo tra i libri e il bosco. Nel nostro immaginario i libri hanno molti legami con le foreste, le biblioteche sembrano un po’ dei boschi, pensiamo per esempio agli allestimenti nelle manifestazioni per ragazzi dove tantissimi libri sono appesi alle pareti con dei fili e i bambini possono passarci in mezzo, fermarsi e aprirli.
I libri, infine, ci aiutano là dove la nostra memoria non può arrivare. Anche loro ci salvano dall’oblio e ci guidano nei sentieri del bosco.

.

IL GUERRIERO DI LEGNO

Recensione di Annamaria Gatti, “Città Nuova” n° 10, settembre 2014

La scrittrice Lorenza Farina raccoglie in questa favola, già premiata nel 2009, molte delle ragioni per cui ama il suo lavoro di bibliotecaria: narrare è rispondere al bisogno di ciascuno di vedere la vita con occhi incantati e quindi più veri, scoprire cosa può accadere dietro un arcobaleno, un colpo di vento o un lampo… E la natura fra queste pagine, illustrate con fantasia innovativa da Manuela Simoncelli, sussurra nel fare da strada e da compagna del cammino.

Il guerriero è un fiero albero raccontafavole che, dopo aver soddisfatto il bisogno di “favolare” di tanti amici, giunto nell’inverno della vita, perde la capacità di raccontare. Non c’è più memoria, né voce… solo immobilità silenziosa e cupa. L’inverno però si trasforma per l’antico guerriero, quando le storie ritornano nel racconto di tutti coloro che le hanno ascoltate e lo consolano, lo accompagnano ignaro, ma sereno. E’ la risposta saggia e generosa di chi ha dato e ha regalato e, nel momento dell’assenza, trova chi gli porge la culla per consegnarsi alla vita. L’autrice ci accompagna con una suggestiva similitudine a considerare il bisogno di favole/attenzione per coloro che dopo aver dato tanto e tutto, trovano nella memoria e nello sguardo benevolo altrui il sapore del rispetto e della solidarietà umana. Un libro da capire e da proporre anche per una educazione al rispetto e alla valorizzazione degli anziani, alla scoperta della lettura dei messaggi della vita. Un coraggioso progetto editoriale di Lineadaria, piccola editrice biellese, che così si distingue nello scaffale della letteratura per ragazzi.

.

.

IL-VOLO-DI-SARA-COP-766x1024IL VOLO DI SARA

Recensione di Anna Pisapia, 25 gennaio 2016

“Il volo di Sara” di lorenza Farina e Sonia Marialuce Possentini, Edizioni Fatatrac

Il Volo di Sara”, con i testi poetici di Lorenza Farina – bibliotecaria di mestiere, autrice per passione – e le delicate illustrazioni di Sonia MariaLuce Possentini, edito da Fatatrac, è un albo che riesce a parlare con tatto ai bambini di un argomento molto difficile e doloroso, quello dell’Olocausto. Qui e qui i link al blog della casa editrice con post dedicati.

Il punto di vista è molto interessante e insieme simbolico. Infatti, la storia viene raccontata da un pettirosso, un passeriforme che con il suo canto con trilli e gorgheggi, è presente in inverno in Europa. Questo piccolo batuffolo, che spicca nella neve, osserva da lontano quello che succede in un campo di concentramento. Il suo petto colorato e gonfio, la sua piuma rossa che svolazza nel cielo bianco e qualche bacca sui rami quasi spogli degli alberi si stagliano nel grigiore dei reticoli del filo spinato che circondano le baracche grigie e in cui vagano uomini scheletrici, tra fango e sudiciume. Intorno l’odore è acre e pungente, talmente nauseabondo da non riuscire a essere portato via dal vento.

La “monotonia” viene presto interrotta dall’arrivo di un treno (bellissima l’inquadratura, l’osservatore viene quasi travolto dalla locomotiva che ha una sbarra rossa, unica traccia colorata della pagina), non un treno qualsiasi, ma un carro bestiame, sprangato.
Un cartello con due scritte e con un teschio ci indica che il posto non è accogliente.
Infatti, all’arrivo, il rumore assordante e lo stridio del velivolo in frenata si accompagnano alle grida concitate dei soldati accompagnate dai latrati dei cani al guinzaglio.

Dai vagoni scendono donne, anziani bambini. Tutti volti scuri, dalle facce quasi irriconoscibili. Spicca solo la spilla di Davide, il marchio scelto per riconoscere gli ebrei dagli ariani.

L’incontro

Fu allora che la scorsi
Il pettirosso viene colpito dagli occhi grandi di una bambina dai capelli scuri raccolti in un nastro azzurro come il maglione.

L’intesa è reciproca.

Ad un tratto la bambina sollevò lo sguardo e mi vide «Mamma, guarda un pettirosso» mormorò, sorridendo appena”.

Ma non c’è tempo per la meraviglia perché Sara – così si chiama la protagonista, che in ebraico significa “principessa” – viene strattonata e allontanata dalla mamma, che non vedrà più.

Il pettirosso sceglie, allora, di vegliare su di lei, di farle compagnia e darle quelle attenzioni e la cura necessarie a una bambina di quella età rimasta, di fatto, “orfana”.
E decide di essere la sua voce. Parlare per lei. Parlare anche per i suoi occhi.

Il racconto si dipana mostrando cosa succede ai bambini, attraverso i dettagli: “le fecero togliere il vestito azzurro che la mamma le aveva fatto con le sue mani. La costrinsero a indossare una casacca a righe, molto più grande della sua taglia, con una stella gialla cucita sul petto.
Poi le tagliarono i bei capelli scuri, che scivolavano come piume sul pavimento insieme al nastro azzurro che li tratteneva. 

La fecero coricare in una cuccetta, ammassata insieme ad altri bambini infreddoliti e impauriti come lei“.

La potenza delle parole – bellissima l’immagine dei capelli che cadono come piume, la simbiosi tra i due è unica – è accompagnata da quella delle immagini, in cui risalta in primo piano il nastro azzurro, unico elemento di colore e di spicco tra i volti grigi ovattati dei bambini pelati.
In volo verso la libertà
Il pettirosso va a trovare Sara la notte – il momento in cui il terrore aumenta e si ha bisogno di una coccola, di una carezza, di dolci parole – le accarezza il viso con le piume, cinguettandole racconti fino a farla addormentare.

Di giorno, invece, le raccoglie il cibo che trova quà e là, anche se la scopre sempre più magra e deperita, spaesata nella neve, a piedi nudi in mezzo al gelo.

Ma una mattina l’uccello non la trova più nella baracca, ma in fila insieme a molti altri bambini e si accorge del fumo che esce dai forni (Sara aveva sei/sette anni e il suo destino era segnato).

La bambina lo nota e gli sorride, anche se il suo sorriso è stanco.

Poi ondeggiò con estrema lentezza le braccia esili, come se stesse per spiccare il volo

Ed è così che il pettirosso decide di “prestarle” le sue ali per fuggire via.

La vidi vibrarsi nel cielo non più grigio ma azzurro come il vestito che ora indossava, come il nastro che ora le cingeva i capelli“.

Un finale poetico, denso di speranza e libertà.

Un uccello preso a esempio come simbolo della libertà.  Chissà se le due autrici hanno deciso di scegliere il pettirosso per un motivo preciso. Ci sono diverse leggende riguardo a questo volatile. Inoltre in inverno il suo canto, che è una vera e propria melodia, reca allegria anche nelle giornate senza sole e fredde. Chissà, se per le sue penne arruffate che trattengono calore e il suo petto dai colori caldi, che contrastano a perfezione con il grigiore e la ruvidezza del filo spinato e del paesaggio circostante.
L’albo inizia con una poesia “La canzone dell’uccello” (1941) tratto da “La Shoah dei bambini: poesia e disegni da Theresienstadt”, Udine, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione.

Un albo davvero portentoso, sia per il testo sia per le immagini, in cui i dettagli colorati si stagliano nel grigiore delle tenebre, del buio, dell’abisso. Il grigio e il nero che raccontano l’orrore, pur nella loro poesia e delicatezza.

Le immagini, le inquadrature hanno un forte richiamo alla fotografia, ai famosi “punti di forza” che catturano lo sguardo dell’osservatore, mettendo ancora più in risalto i dettagli e sono capaci di far emozionare tanto.

Un albo da leggere insieme ai bambini, perché loro sono vicini alla poesia, e per affrontare con loro il tema delle crudeltà, non solo quella avvenuta nei campi di concentramento, ma anche quella perpetrataai giorni nostri a cui spesso, forse, non prestiamo la giusta attenzione.

Un albo per riflettere, che ci dona a speranza, la speranza che qualcosa di bello e poetico possa sempre accadere, anche in mezzo alle brutture del mondo.

Tornando a uno dei due link sul blog di Fatatrac (citati a inizio del post), mi hanno colpito particolarmente queste frasi, che faccio mie nei contenuti, pur non essendone l’autrice
Sarà che anno dopo anno, nuovamente, tanti ne parlano, lo leggono, ci inviano messaggi.

 
Sarà che le fotografie di presentazioni, disegni dei bambini, lettere arrivano via FaceBook, via twitter, via mail.

Saranno tutte queste cose, e molte altre, che si consolida sempre di più la convinzione che l’esercizio della memoria andrebbe dilatato a tutto l’anno e non contingentato al puro ambito scolastico e che i bambini, a questo, sarebbero prontissimi.
Andrebbe condiviso in tutti gli ambiti frequentati dai bambini questa attitudine al ricordo, mediato dalla narrazione. Il suggerimento è di leggere questo, e libri come questo, tutto l’anno a scuola e nelle famiglie.

Link

.

IL VOLO DI SARA

INIZIO CON IL RICORDO II… IL VOLO DI SARA

22 gennaio 2013

Quelli che più di tutti hanno tempo davanti sono i bambini e i ragazzi. Nella Giornata della Memoria i bambini sono quelli di allora, vittime da ricordare, e quelli di oggi che vengono invitati a conoscere, a prendere un contatto adeguato all’età con la verità di quanto è accaduto. Ma come si fa? Come si fa a parlare ai bambini dei loro coetanei sterminati nei campi di concentramento? E ancora, come si fa a spiegare loro che non è una storia lontana, nell’altrove di una fiaba, ma è qualcosa che ci riguarda inesorabilmente tutti da vicino? Queste domande, insieme a tante altre sicuramente se le sono poste anche Lorenza Farina e Sonia M.L. Possentini rispettivamente autrice e illustratrice di Il volo di Sara (Fatatrac 2012). Impastando parole e immagini con coraggio e sensibilità hanno raccontato la storia dell’amicizia delicata tra la piccola Sara deportata in un campo di concentramento e un pettirosso deciso a starle vicino e a strapparla dall’orrore dello sterminio.
“Con le piume delle mie ali le feci una lieve carezza sulla guancia. Avvertii che il suo viso era gelido. Appena mi sentì, Sara si sollevò leggermente e, nell’oscurità rischiarata a tratti dai fasci di luce che provenivano dai fari della torretta di guardia, scorsi le sue mani ondeggiare lentamente come ali. Era il suo modo silenzioso per dirmi che voleva volare via, lontano, lontano.”
(da Il Volo di Sara, Lorenza Farina, Sonia M.L. Possentini)
link

.

IL VOLO DI SARA

GiGi Il Giornale dei Giovani Lettori 27 gennaio 2013 Il Giorno della Memoria

Ogni anno il 27 gennaio ricordiamo le vittime dell’Olocausto e tutti coloro che rischiarono la propria vita per proteggere i perseguitati, di origine ebraica e non. Oggi e i giorni che verranno non manchiamo di raccontare la storia ai bambini, a scuola e in famiglia, per non dimenticare.
Sara è una bambina ebrea di sette anni dai grandi occhi e dai lunghi capelli scuri. A raccontare la sua storia, la deportazione nel campo di concentramento, la separazione dalla famiglia, la prigionia, le privazioni, la morte che si trasforma in un volo di libertà, è la voce di un piccolo pettirosso, che decide di non lasciare mai Sara da sola. E di prestarle infine le sue ali per librarsi al di sopra di ciò che non si può raccontare a parole. Lorenza Farina, sensibile autrice di racconti e bibliotecaria, propone una storia diretta e sincera ai lettori più giovani, mettendo fra di essi e la piccola protagonista loro coetanea la distanza del volo di uccello, e la sua voce gentile. La accompagna lungo le pagine l’arte dell’illustratrice Sonia Maria Luce Possentini, fatta di intensi bianchi e neri, a tratti strazianti, con piccoli tocchi di colore che illuminano paesaggi altrimenti senza speranza. Ma nel momento in cui la storia di Sara, e la Storia dello sterminio del suo popolo, si fanno via via più insopportabili, il nero si dirada dalle pagine e il bianco vela l’orrore del campo di sterminio, fino a stemperarsi nell’azzurro di un cielo che guarda al futuro. Le preziose tavole del libro saranno in mostra a Correggio (RE) fino al 10 febbraio 2013 nell’ambito della mostra A. R. S. Art Resistance Shoah, come si può leggere sul blog dell’editore Fatatrac.
link

.

IL VOLO DI SARA

ZAZIE NEWS – L’ALMANACCO DEI LIBRI PER RAGAZZI 25 gennaio 2012
Niente. Nulla. Il vuoto.

La guerra è nera, la paura anche. Ha occhi che attraversano le viscere di ciascuno, in ogni tempo. Sono occhi profondi come pozzi quelli disegnati da Sonia M. L. Possentini per il racconto Il volo di Sara di Lorenza Farina, occhi che più che guardati ti spingono a guardarli, a scendere nell’abisso dell’insensatezza dell’animo umano. Il piccolo pettirosso è la speranza che aiuterà Sarà a volare lontano. Il pettirosso, una delle poesie di Emily Dickinson può accompagnare la lettura di quest’ albo illustrato, in un gioco che si fa ribaltamento in cui chi è più piccolo e indifeso può aiutare l’altro a riprendere il volo. Bruno Schulz, aveva invece dentro di se il dono di librarsi, a raccontarci la sua infanzia in Bruno Il bambino che imparò a volare è Nadia Terranova, mentre Ofra Amit da colore e forma alle visioni oniriche che ci hanno donato uno dei più bei libri della letteratura europea, Le botteghe color cannella.
Agata Diakoviez
link

.

IL VOLO DI SARA

IL CORAGGIO DEL PETTIROSSO di W. Fochesato “Andersen”

gennaio 2012

Torna, con questo albo intenso e delicato, il tema dell’Olocausto. E insieme agli albi della Concejo (Fumo, Logos 2011) e di Gubellini (Nessuna differenza?!, Principi & Principi 2011), tanto per fermarsi alle ultime cose, rappresenta una sorta di preciso e implicito contrasto a lo “sterminio patinato”, per usare le parole di Matteo Corradini, di un libro falso ed equivoco come Il bambino con il pigiama a righe di John Boyne. Apro una parentesi polemica. Mi dicono che il film che ne è stato tratto sia molto gettonato tra le scuole e che, in occasione del “Giorno della memoria” alcune amministrazioni locali e regionali (magari di centro-sinistra!) ne facciano numerose proiezioni. Mi chiedo ma che razza di criteri si usano per scegliere un’opera come questa? che informazioni si hanno o si assumono in merito? E ancora che esiti si avranno nella considerazione che bambini e ragazzi si faranno della Shoah? Meglio tornare al libro di Lorenza Farina illustrato da Sonia Possentini che sceglie la strada non facile di mettere al centro della propria narrazione i volti, soprattutto quelli dei bambini. Scegliendo con ciò una strada diversa da quella di Roberto Innocenti ne La storia di Erika dove nulla veniva mostrato né delle vittime né dei carnefici quasi a ribadire che ci si trova ad affrontare qualcosa di indicibile e di non rappresentabile. Ma ricorrendo anche ad un uso attento di fonti fotografiche le fattezze che la Possentini ci mostra volgono al dramma dolente; sono visi appena accennati, pochi tratti neri sul fondo bianco. Maschere lattee sul nero, che rimandano a simboli di morte. La mesta processione di donne e bambini appena scesi dal convoglio sembrano quasi un’immagine notturna delle andade, le processioni dei morti, secondo credenze un tempo vivissime nell’arco appenninico e che forse l’autrice conosce. E a confermarlo ci sarebbe anche la stella di David cucita sugli abiti che luccica fredda e forte come una candela. Soltanto Sara, con il suo volto sparuto e spaurito, viene tratteggiata con maggior precisione. È lei la protagonista di questa piccola e dolorosa vicenda che, con un tocco in più di poesia e di coraggio (e qui tornerebbero i nomi di Innocenti o anche quello di Molesini) Lorenza Farina affida ad un piccolo pettirosso che decide per quel che può di aiutarla e di proteggerla, soprattutto di consolarla e rallegrarla. Finché, quando la piccola è già in fila per le camere a gas, accade che il pettirosso e gli altri uccelli presenti nel campo diano vita ad una sorta di miracolo; volendo di alleanza fra infanzia e animali. L’irruzione di un realismo magico che ci consola ma, giustamente, non ci acquieta né ci rasserena. Una scelta ricca di garbo e poesia, una possibile metafora per rappresentare la perdita di tante e tante vite umane. Bellissime le tavole impietose, e al tempo stesso morbide, di Sonia Possentini. Frutto di un non banale documentarsi e di un impegno civile che per lei è scelta di vita. Un soffuso concerto di luci e ombre, di accenti e di accenni. E anche qui, come nel Rosa Bianca l’aprirsi finale dell’azzurro del cielo.

recensione 1

recen 3 recen 4 recen5 recen6 recensione 2.

.

il-noce-di-santantonioIL NOCE DI SANT’ANTONIO

PAGINE GIOVANI – Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile

“lL NOCE Dl SANT’ANTONIO”, recensione di Alessandra Jesi Soligoni

Il racconto è costruito con abbondanza di note biografiche sulla figura e sull’operato del Santo di Padova. Le biografie di Sant’Antonio sono numerose, ma ciò che contraddistingue il lavoro dell’A.vicentina è I’impostazione originale data al racconto, che considera in primo luogo il destinatario del libro, il bambino, al quale si rivolge con linguaggio proprio della favolistica, senza peraltro manomettere I’obiettività storica.
L’intuizione portante del racconto consiste infatti nel far parlare I’albero, ossia il noce, che
ospitò realmente il Santo, in una capanna per lui costruita fra i rami, proprio nell’imminenza della morte. Così il noce diventa il secondo vero protagonista della vicenda
narrata, a cui si aggiunge un passero dialogante dando vita alla narrazione stessa, in cui ritornano gli episodi salienti della vita del Santo, riprodotti con la semplicità di cui sono capaci le creature del mondo naturale. Questa bella intuizione dell’A., che non rende mai pedante la scrittura, si rivela un approccio accattivante per la comprensione e la sensibilità infantili, pur conservando la pienezza del messaggio educativo insito nelle azioni e nella figura del Santo. Nel dialogo fra il noce e il passero si snoda la vita stessa di Antonio, muovendo a ritroso, dalla morte alla nascita, con movimenti di particolare efficacia narrativa ed emotiva. Il capitolo quarto apre la sequenza dei miracoli compiuti dal Santo, ben rappresentati anche dalle illustrazioni, che accrescono, con l’effetto visivo, la concretezza dell’evento straordinario e lo svelano agli occhi del giovane lettore, rendendolo più comprensibile e accrescendone la meraviglia.
Genere: biografie illustrate. Età: da 6 anni.
Alessandra Jesi Soligoni

.

.

i-sogni-di-agataI SOGNI DI AGATA

“I SOGNI DI AGATA” E LA CASSETTIERA PER METTERE A POSTO I SOGNI        BLOG KEVITAFARELAMAMMA, 7 maggio 2015

Anche per la mia Miss Energy è arrivato il tempo dei brutti sogni! Qualche notte fa sono stata sorpresa dalla sua vocina che mi chiamava: “Mamma, dormi con me?”

Quando l’ho abbracciata, mi ha raccontato di aver fatto un brutto sogno. Ho dovuto trattenere una risata perché il suo sogno mi pareva buffo piuttosto che spaventoso e poi le ho chiesto: “In quale cassetto mettiamo questo sogno?”

Dovete sapere, infatti, che da qualche tempo, in casa, abbiamo una piccola cassettiera dei sogni che abbiamo realizzato ispirandoci liberamente al libro “I sogni di Agata”,  scritto meravigliosamente da Lorenza Farina e illustrato superbamente da Sonia Maria Luce Possentini.

E’ la storia di una bambina con tanti sogni che le frullano per la testa, sogni tutti diversi l’uno dall’altro: chiari, scuri, freschi, strampalati, divertenti, ad occhi chiusi, ad occhi aperti.

I sogni sono così tanti che Agata decide di riporli in un armadio con cassetti di marzapane e assegnare a ciascuno un posto.

Questo metodo però non funziona per molto perché i sogni sono stipati e fanno una gran confusione.

La testa di Agata è appesantita, la bimba comincia a soffrire d’insonnia.

L’unica soluzione è quella di liberarsi dei sogni liberando i sogni stessi. Agata un giorno spalanca armadi e finestre e lascia andare via i suoi sogni.

Cosa accadrà? I sogni scatenano intense reazioni anche nella natura. Vento, sole e luna se li contendono senza riuscire a domarli. Domina ovunque il caos, fino a quando i sogni si trasformano in risate del sole.

Resta un dubbio alla fine: “Ma sarà tutto vero? Forse è solo un altro sogno di Agata”.

I sogni di Agata è dunque un racconto poliedrico, che inizia con linguaggio poetico, prosegue con scene di tensione e si conclude con una domanda che contiene in sé già una risposta rassicurante.

Mia figlia l’ascolta sempre trattenendo il fiato finché, al finale, sorride e anticipa la sua risposta “Ma è un altro sogno di Agata!”.
Le illustrazioni, delicate e ricche di sfumature, rasserenano l’animo.

E’ un libro che mi piace perché rappresenta bene, con parole e immagini, le emozioni associate ai sogni di grandi e piccoli sognatori.

E lo sappiamo: dare il nome alle emozioni o tradurle in metafore, significa gestire le emozioni, mettere in ordine i pensieri, non avere più paura, sviluppare l’intelligenza emotiva.

Per dare concretezza alla storia, come dicevo a inizio post, io e mia figlia ci siamo dotate di “cassettiera dei sogni“.
Se ne trovano così nei negozi del fai-da-te e si possono personalizzare.

Questa nella foto è la cassettiera dipinta da Miss Energy.

In quale cassetto metteremo i sogni ad occhi aperti e chiusi che ci riserverà la prossima notte?

Mia figlia è nella fase “sogni scuri”, io decisamente nella fase “sogni strampalati”.

E voi?

Ketty

.link

.

I SOGNI DI AGATA

BLOG CITTA’ NUOVA
LEGGERE LA STESSA FAVOLA FA BENE AI BAMBINI, ANNAMARIA GATTI                  16 marzo 2013

In questi giorni, all’avvicinarsi della settimana della lettura, (22-28 aprile), sono particolarmente in evidenza interventi, ricerche del settore, novità creative, eventi… Un sito riporta addirittura un manuale per diventare bravi ed efficaci lettori!
Bruno Tognolini, amato scrittore e tanto altro, aggiunge:
“…La voce echeggia come un canto di balena, in quell’oceano sconfinato ed incomprensibile, che è una nuova vita, per dire tre sole sconfinate verità: io sono qui, tu sei qui, il mondo è qui!
I mesi e gli anni passeranno, quella voce prenderà forma di parola, perline di senso infilate in collane via via più fiorite e complesse: mangia, dormi, ridi, cresci, come stai?”…
Che poi i bambini più piccoli ascoltino la stessa storia molto volentieri è sperimentato quotidianamente da molti genitori ed educatori.
“Leggimela ancora…” è un’espressione nota.
“Leggere sempre la stessa favola ai propri figli prima di andare a letto li aiuta a sviluppare il vocabolario. È quanto emerge da una ricerca dell’ Università del Sussex, secondo la quale ripetere anziché variare storia ha effetti positivi sull’apprendimento.
Per testarlo, a due gruppi di bambini di tre anni è stata insegnata una nuova parola. Per una settimana, il primo gruppo ha ascoltato il nuovo vocabolo all’interno di tre racconti differenti, mentre all’altro è stato letto sempre lo stesso. I risultati hanno dimostrato che i secondi hanno memorizzato e contestualizzato meglio la nuova parola rispetto agli altri.
La dott.ssa Horst – a capo della ricerca- ha fornito la seguente spiegazione: “ I bambini acquisiscono una nuova informazione ogni volta che ascoltano una storia e sentirla ripetutamente li aiuta a immagazzinarla in quel determinato contesto linguistico, aggiungendola al mondo delle conoscenze pregresse. Inversamente, cercare di associarvi di volta in volta un significato diverso ne impedisce la memorizzazione e la comprensione.” (dal sito Educare.it, Fonte: West, 07/03/2013)
Per esempio “I sogni di Agata” si presta a questo genere di lettura. L’ho definito incantevole!
Pubblicato da Annamaria Gatti
link

.

I SOGNI DI AGATA

OFFICINA VIRTUALIA 15 gennaio 2013

Questo blog ha come scopo quello di allibrare le nostre considerazioni su libri per bambini, siano esse recensioni positive o negative. Oggi vorrei parlarvi di “I sogni di Agata”, un libro di Lorenza Farina, illustrato da Sonia Marialuce Possentini, ed. La Margherita. Non posso certo dire che sia un brutto libro, anche perchè parla di sogni ed i sogni in quanto tali, a meno che non si tratti di incubi, hanno sempre il loro fascino, soprattutto quelli dei bambini.
Agata, immaginariamente, ripone tutti i suoi sogni in un armadio fatto di torrone con cassetti di marzapane, ed ogni sogno ha un suo “sapore”: fresco,come camminare sull’erba a piedi nudi o cupo, come il lupo che entra nella serratura.
Una notte tutti i sogni cominciano a calpestarsi uno con l’altro, interscambiandosi i personaggi e nella testa di Agata c’è una confusione tale che decide di aprire contemporaneamente tutti i cassetti di marzapane del suo armadio di torrone! Nel cielo della notte la Luna ed il Vento si battono per accaparrarsi il bottino ma poi interviene il Sole e… chi vincerà???
Rileggendolo successivamente da sola ammetto che ha un suo perchè questo libro: belle le illustrazioni di Sonia Marialuce Possentini, anche se a mio parere un po’ malinconiche.
Al termine di ogni libro con G. commentiamo un po’ la storia che abbiamo letto, e in questo caso ci è sembrato ad entrambe di restare un po’ a bocca asciutta, come se ci aspettassimo qualcosina di meglio, ma… i libri son belli tutti anche per questo, ognuno ha la sua impressione!
Se lo avete già letto aspetto interpretazioni diverse!
link

.

.

bambina-del-trenoLA BAMBINA DEL TRENO

GiGi Il Giornale dei Giovani Lettori 27 gennaio 2013
Il Giorno della Memoria
LA BAMBINA DEL TRENO

Anna e la sua mamma, che portano entrambe una stella gialla cucita sul petto, vengono consegnate dai soldati alla pancia di un lungo treno di ferro, che sembra l’oscuro ventre della balena di Pinocchio. Nel treno, uomini, donne e bambini vivono ammassati giorni di lugubre attesa, rischiarati solo dalla debole luce di piccole gentilezze reciproche. Il treno corre inesorabile verso Auschwitz, ma rallentando permette ad un bambino accovacciato lungo i binari di cogliere il saluto di Anna dall’interno del vagone. La prospettiva cambia, e ora Jarek corre lungo la strada ferrata per inseguire il treno e scoprire, nonostante le raccomandazioni degli adulti, la verità sulla sua destinazione e su quella della bambina del treno. Ma il suo sguardo bambino non può superare il perimetro di filo spinato che circonda il campo di concentramento, nè concepire la follia che regna al di là di esso. Il lettore insieme a Jarek distoglie per un attimo lo sguardo, sperando che sia stato tutto un sogno, o immaginando un diverso finale per la storia di Anna. Una storia che Lorenza Farina sceglie di sfumare, per parlare con delicatezza ai bambini dai 5/6 anni in su. Le belle tavole di Manuela Simoncelli, anche premiate in occasione della nona edizione del concorso per illustratori della città di Cento (nell’ambito del Premio Letteratura Ragazzi), non rinunciano a tinte pastose e talvolta brillanti, che colorano di tocchi immaginifici i desolati scenari della deportazione. La piccola farfalla blu che attraversa le pagine è un omaggio alla poesia La farfalla, che apre il libro, del poeta ceco Pavel Friedman, deportato e morto ad Auschwitz nel 1944. Se la tragedia della Shoah è popolata di tante voci e tante storie che possono e debbono essere raccontate, la Storia ha consegnato ad alcuni anche un epilogo di salvezza.
link

.

LA BAMBINA DEL TRENO

IL GIORNALE DI VICENZA, 19 GENNAIO 2011 La shoah raccontata ai più piccoli
RICORRENZE E LIBRI.

Con l’avvicinarsi del Giorno dedicato alle vittime di un’immane tragedia. «Il solo ricordare non è sufficiente se i bambini non sono spiegate altre cose. E un autore di testi, un disegnatore, lo tenga presente».

Il Giorno della Memoria cade il 27 gennaio, in ricordo della shoah, quando furono abbattuti i cancelli di Aushwitz. Fu istituito dal Parlamento italiano nel 2000. Da allora, in occasione della ricorrenza, si sono moltiplicate le proposte editoriali per adulti e per bambini al fine di ricordare la strage perpetrata dai nazisti contro gli ebrei e altre minoranze. All’avvicinarsi di questa data, gli scaffali delle librerie traboccano di libri che raccontano esperienze vissute o immaginate da vari autori. La memoria è considerata fondamentale al fine di impedire che fatti simili non accadano più. Tuttavia il solo ricordare non è sufficiente. Questo atto, nobile e doloroso, diventa fine a se stesso, risulta quasi un esercizio compiaciuto di pietà gratuita se non è accompagnato dalla consapevolezza che, alla base del male passato e a venire, sta l’abitudine di dividere gli esseri umani in categorie: maschi e femmine, neri e bianchi, ebrei e cattolici, musulmani e induisti, poveri e ricchi, abitudine che trasmettiamo, a volte in modo inconsapevole, ai bambini, i quali, quando stanno insieme, non colgono affatto queste differenze se qualcuno non gliele fa notare. È un’operazione delicata e di gravissima responsabilità parlare della shoah ai piccoli e un autore che affronta un argomento così tragico e crudo è tenuto a riflettere su ogni parola che usa, su ogni immagine che disegna, perché non si tratta di raccontare una favola o un’avventura, ma di penetrare nella parte più oscura e irragionevole della natura umana. Un bambino si spaventa nel sentire che altri bambini sono stati deportati e uccisi. La paura che prova non è la stessa che lo afferra, frammista a un brivido di piacere, quando ascolta le fiabe sull’orco o sulla strega cattiva, ma è il terrore della realtà. Detto questo, forse sarebbe meglio lasciare all’oscuro i più piccoli, non costringerli a “ricordare” il male che hanno compiuto i grandi, educandoli piuttosto all’empatia con tutto il resto del mondo, umanità e natura, avvicinandoli infine alla storia passo dopo passo, quando saranno pronti. Chi comunque ritiene opportuno parlare ai bambini dello sterminio degli ebrei può trovare in libreria molti libri di buon livello grafico e testuale, fra cui “La bambina del treno” della vicentina Lorenza Farina, illustrato da Manuela Simoncelli, per i tipi delle Paoline.
Il racconto è visto da due paia di occhi: quelli di Anna, una bambina ebrea, che sale insieme alla madre su un treno che la condurrà alla morte, e quelli di Jarek, un bambino che guarda passare i treni diretti verso Auschwitz. L’infanzia dei protagonisti è violata e distrutta dalla percezione di un orrore non esplicito, ma evidente nella brutalità con cui la bambina, sua madre e gli altri passeggeri vengono deportati, nel sogno premonitore
di Anna esausta caduta nel sonno, nelle conversazioni sommesse degli adulti ascoltate da Jarek. Quando gli occhi del bambino s’incrociano con quelli della piccola ebrea, che gli fa un cenno di saluto con la mano dalla feritoia del vagone in cui è rinchiusa, egli acquista le capacità di un veggente: si figura con chiarezza atroce la destinazione del treno: “Vide delle casette circondate dal filo spinato e un camino da cui usciva un fumo denso e nero. Vide degli uomini scheletrici e pallidi?”.
Giustamente Jarek non si chiede perchè, ma chiude gli occhi sperando di aver sognato. Del resto, neppure noi adulti sapremmo dare una risposta definitiva questa domanda. Il linguaggio del racconto è semplice e chiaro, valorizzato da un tono piano e da un’ambientazione poetica che in un certo qual modo addolciscono la durezza dell’argomento. Le illustrazioni che lo accompagnano sono un perfetto equilibrio fra amore e orrore, fra speranza e disperazione: i bellissimi volti, ampi e rosati dei bambini, la farfalla azzurra, metafora dell’anima infantile e incorrotta, il treno, drago nero e fumante che spegne il paesaggio con la sua sagoma minacciosa.
Quanta attenzione, quanta preparazione sono necessarie per mettere questo libro in mano a un bambino riguarda la sensibilità dei genitori e degli insegnanti: bisogna leggerlo insieme a loro, spiegare, discutere, consolare specialmente, con la consapevolezza, da parte degli adulti, che i soprusi, le discriminazioni, le uccisioni accadono anche adesso, in questo momento. Dipende dal nostro atteggiamento, dalla nostra indignazione, dalla nostra azione che nel futuro i bambini non abbiano altri orrori da ricordare.
Paola Valente
link

recen7

.

LA BAMBINA DEL TRENO

LA VITA SCOLASTICA, 2013   

ANNA SARFATTI DENTRO IL GIORNO DELLA MEMORIA

.

LA BAMBINA DEL TRENO

Recensione di Marina Atzori

“… la guerra ha oscurato il sole nel cielo e la gioia nell’anima”

Un paio d’anni fa acquistai quasi per caso un calendario corredato di illustrazioni dove, per ogni mese erano previste delle immagini molto curate. Essendo amante di lettura e scrittura e disegno fui catturata immediatamente dalla presenza di frasi molto carine che invitavano alla lettura. Fui colpita da una in particolare: “chi legge è un tipo a colori”. Il disegno era quello presente nel mese di novembre, attirò la mia attenzione, andai così a leggere il nome dell’autrice alla quale la disegnatrice in questione si era ispirata. Si trattava de “Il volo di Sara”di Lorenza Farina. Fu così che scoprii la scrittrice. Una volta fatta questa premessa posso parlare di questo libro destinato all’infanzia. Un lavoro che definirei decisamente interessante. Le tematiche affrontate sono la deportazione e la guerra. Non scrivo qualcosa di nuovo affermando che sono senza ombra di dubbio argomentazioni coraggiose e delicate. Infatti, la novità credo sia un’altra: Lorenza Farina tocca questo argomento con spessore, attraverso uno stile semplice teso a comunicare messaggi molto importanti. Le immagini seguono questo racconto in maniera imbarazzante, risultando veri e propri capolavori i disegni carichi di intensità curati dall’artista Manuela Simoncelli, amalgamati perfettamente alla storia di Anna la bambina protagonista. L’invito a riflettere è costante, accompagnato da un velo di malinconia e amarezza che silenziosamente sfiorano la storia passata, quella storia che brucia ancora e revoca la memoria di passaggi tremendi che non bisogna dimenticare. Ciò che più mi ha colpito, è la presenza di una farfalla dalle ali blu tra queste meravigliose pagine. La libertà è il suo simbolo per eccellenza, d’altro canto le sbarre e le feritoie del treno di cui parla la scrittrice si contrappongono a questa sorta di simbolo. Credo ci sia della poesia in questa scelta grafica, oltre alla rappresentazione di ciò che la guerra ha strappato senza riguardo, proprio quella agogniata libertà che compare sottoforma di una meraviglia della natura dal colore raro e inconsueto che ne impreziosisce il profondo significato.

Link

.

.

viola non è rossaVIOLA NON E’ ROSSA

Recensioni

.

VIOLA NON E’ ROSSA

 Recensione dal sito centopaginelasera.blogspot.com, 6 novembre 2018
La timidezza- Viola non è rossa di Lorenza Farina & Martina Marcolin
Brutto affare la timidezza.
 
Se non si è timidi o non lo si è stati, non si può capire cosa si prova a stare in mezzo ad una classe di venti e più bambini, per la maggior parte casinisti e una maestra che alterna domande dirette a quelle che per rispondere si deve alzare la mano.
 
Molti bambini ci perdono il sonno ad essere timidi. Da bambina io la mano per rispondere alla maestra non la volevo alzare anche se la risposta la sapevo. Ero troppo timida.
Tante sono le cose che avrei voluto dire, raccontare, ma semplicemente non potevo.
Ai timidi viene un nodo tra lo stomaco e la gola che fa mancare il respiro quando si prova a dire qualcosa di importante, peggio ancora se quel qualcosa lo si deve dire a un grande o davanti a tanti occhi e orecchie pronti a giudicarci.
I timidi preferiscono stare zitti zitti ma non è vero che non hanno idee o non pensano anche loro tante cose. Di cose da dire ne avrebbero parecchie in verità.
Vorrebbero dire alla maestra le risposte giuste, e anche alcune sbagliate, vorrebbero chiedere al bambino/a che gli piace se vuole fare la fila per due insieme, vorrebbero andare al negozio e chiedere quattro di quelle caramelle alla fragola e panna così grandi da sembrare dobloni colorati.
Non è vero che i timidi sono noiosi o che non hanno voce.
Un giorno anche i timidi scopriranno come fare a non far caso a quel fastidioso nodo che si crea quando devono dire qualcosa di importante, anzi, un giorno troveranno piacevole quella vertigine, ci vuole solo un pochino di allenamento.
 
Nel frattempo,  vi consiglio un albo che fa al caso vostro (nostro).
 
Viola non è Rossa di Lorenza Farina e Marina Marcolin, Kite Edizioni 2008, 15,00€
 
 
 
Viola è una bambina timida. A Viola va via la voce quando deve parlare davanti alla classe e diventa rossa come una fragola quando si ritrova al centro dell’attenzione. 
Viola vorrebbe essere come gli altri bambini o, ancora meglio, invisibile, cambiare colore come un camaleonte, mimetizzandosi con quello che la circonda. 
Viola si sente sola anche se è in mezzo a tanti e la confusione la intimorisce. Quello che Viola non sa è che ci sono altri come lei e che non è sola. 
Delizioso albo, illustrato dalla mia amata Marina Marcolin con immagini delicate dal taglio quasi cinematografico. Siete pronti a farvi conquistare dalla piccola Viola con le sue rosse… scarpette?
 
Adatto a tutti i bambini timidi e magari anche ai grandi che ancora un poco lo sono. 

.

VIOLA NON E’ ROSSA

Recensione dal sito mangialibri.com

Viola è una bambina talmente timida che non vuole mai che la mamma le tagli la frangetta. Questo perché Viola vorrebbe sempre nascondersi da qualche parte, persino sotto la frangetta bionda dei suoi capelli. Ogni volta che qualcuno la guarda e le fa una domanda, diventa rossa come una fragola o un pomodoro. Come il primo giorno di scuola, quando è stata costretta ad alzarsi in piedi davanti a tutta la classe. Poi, quando la maestra le ha chiesto come si chiamava, lei ha risposto così a bassa voce che nessuno ha sentito niente, allora tutti i suoi compagni sono scoppiati a ridere e Viola è arrossita così tanto che avrebbe voluto nascondersi sotto il banco. Per una bambina come lei la vita a scuola non è affatto facile…
Anche i più estroversi, almeno una volta nella loro vita, sono diventati tutti rossi, cercando di diventare piccoli piccoli con la voglia di correre a nascondersi da qualche parte. Per questo tutti, grandi e piccoli lettori, non possono che immedesimarsi – almeno un po’ – nella protagonista di questa storia e parteggiare per lei. Con straordinaria delicatezza Lorenza Farina racconta la storia di un bambina timida alle prese con i suoi compagni di classe, non sempre gentili e disposti a capire il carattere della loro compagna. Una fragilità che la matita di Marina Marcolin riproduce alla perfezione sulle pagine – grandissime – di questo volume, pubblicato in prima edizione nel 2008. Le illustrazioni infatti, grazie ai colori tenui e ai tratti morbidi, riescono a rendere quella forza molto fragile che è propria di ogni timido. Nelle tavole della Marcolin, talmente realistiche da sembrare quasi delle fotografie, i personaggi della storia prendono vita grazie alla loro capacità dell’illustratrice di mettere in evidenza gestualità ed espressioni. In questo modo la lettura scorre piacevole una pagina dopo l’altra, fino al lieto fine, quando due timidezze saranno in grado di farsi forza a vicenda.

Link

.

VIOLA NON E’ ROSSA

Recensione di Marina Grosso

La timidezza non fa paura

Un tema apparentemente lontano dalla nostra contemporaneità, un albo dall’aspetto stratificato e cangiante come l’anima infantile: “timidezza” come fossile alieno di un mondo altro, dove i bambini non sono OGM da crescere a velocità massima e dove è ancora dato loro di vivere incertezze, inibizioni e paure.
Viola non è rossa, il picturebook da poco edito da Kite, testa (testo) di Lorenza Farina e corpo (illustrazioni) di Marina Marcolin è un omaggio esplicito “ai piccoli e ai grandi timidi” e a quegli stati d’animo che tante, tanti di noi hanno probabilmente conosciuto e superato (o rimosso), ma che è certamente salutare ricordare insieme a lettori e lettrici più piccoli. Tutto questo in una storia semplice, narrazione lineare in cui lo spunto della timidezza è tramite per agganciare la trama pulsante e spesso insostenibile delle emozioni che è possibile provare a sei anni. È questa, infatti, l’età di Viola, soggettività implume che cerca vie d’accesso a se stessa e al mondo. Un io che si definisce per attrito. Far uscire il suono del proprio nome davanti alla classe, alzare la mano per rispondere a una domanda dell’insegnante, tornare al banco senza inciampare negli zaini dei compagni: sono tutte imprese smisurate per Viola, impossibili da affrontare senza che il rosso si impossessi impietosamente delle sue guance e senza che qualcosa di lei “la tradisca”. Ecco i delicati scenari emotivi che il testo sa ben condensare, grazie anche a una sapiente teoria di similitudini straordinariamente potenziate dalle creazioni visionarie di Marina Marcolin. E dove l’associazione tra l’essere timidi e l’arrossire su cui gioca il titolo non è certo nuova, Farina sa però cogliere, con una intuizione basica, ciò che Montague avrebbe definito lo straordinario mistero della pelle e il suo linguaggio. Se infine ci chiediamo il perché della timidezza di Viola, infinite potrebbero essere le risposte, specialistiche e non. Come recitava un frammento della notissima poesia di Dorothy Law Nolte, “se i bambini vivono con il ridicolo imparano a essere timidi”. Qui il testo allude solo brevemente a una mamma che, “come al solito” non ha tempo (non sarà il caso di aiutarci un po’ a ritrovarlo visto che tutto, specialmente in Italia, congiura contro di noi?), nonché ai compagni, splendidi schizzi a matita sospesi tra realtà e percezione interiore, non sempre attenti a chi non appare uguale. Soltanto l’arrivo di Nerina, una nuova compagna che viene da un paese lontano e che, per continuare il gioco pelle-nome, invece di arrossire impallidisce, porterà a Viola il senso di una affinità e di una solidarietà condivisa. Insieme, Viola e Nerina, piccole camaleontiche Zelig, a mo’ del bellissimo animale che emerge dal raffinato croquelet di copertina, potranno sperimentare l’enorme ricchezza di questa innominabile malattia chiamata un tempo “timidezza”. Quella paura di essere visti, che è anche capacità di osservare, quella solitudine “nell’allegro frastuono” della classe, che è anche sapere stare dentro di sé prima di uscire fuori.

Maria Grosso

Link

.

VIOLA NON E’ ROSSA

Recensione dal sito kiteedizioni.it

Viola è una bambina timida e impacciata. Nonostante il nome che porta, il suo colore è il rosso. Viola infatti arrossisce per un nonnulla: quando gli altri la guardano, quando in classe l’insegnante la interroga, quando i compagni la deridono perché è maldestra. Ma le cose cambiano, e così un giorno Viola fa amicizia con Nerina, una bambina timida come lei: e diventa più sicura di sé, perché due bambine timide sono meglio di una.

Una storia sull’autentica amicizia e il superamento di sé.

Temi: timidezza, amicizia, emancipazione.

Link

.

VIOLA NON E’ ROSSA

Recensione dal sito labottegadimerlino.it

Una storia dolce che parla di Viola una bambina di 6 anni, timida, dai capelli biondi ed una frangetta a zig zag. È così timida che ogni volta che qualcuno la guarda diventa rossa, rossa come un semaforo. Viola non parla mai se non a monosillabi, ma qualcosa sta per cambiare quando in classe arriva una nuova compagna: Nerina. Nerina una bimba dalla pelle bianca quasi come cera, capelli neri ed occhi chiari, viene da un altro paese, ma tra le due bimbe compagne di banco nasce subito un’intesa, una dolce amicizia in cui si danno coraggio a vicenda. Insieme si sentono più sicure tanto da diventare “Amiche più care”.

La storia di quelle amicizie nate tra banchi di scuola, di quelle in cui si porge sempre la mano per soccorrere l’amico caro. La storia di queste due bambine così timide e sole, che insieme potrebbero cambiare il mondo.

Link

.

VIOLA NON E’ ROSSA

Recensione dal sito violadipensiero.it, 13 agosto 2010

“Viola ha sei anni, i capelli biondi con la frangetta zig zag. Gliela taglia la mamma con le forbici, perché non ha mai tempo di portarla dal parrucchiere. – Non voglio tagliare la frangetta – dice sempre Viola alla mamma. Viola vorrebbe che i capelli le coprissero gli occhi e il viso, perché è una bambina molto timida e vorrebbe sempre nascondersi. – Come sarebbe bello essere invisibili – pensa Viola quando è in mezzo agli altri – Vorrei essere un piccolo camaleonte e cambiare colore – Invece il suo colore è sempre lo stesso: ROSSO che più ROSSO non si può.” 

Qualche settimana fa sono stata rapita in libreria da questo libro illustrato, una sorta di primo regalo per mia figlia Viola. Vi ho donato l’incipit, ma per rispetto degli autori mi sono fermata qui. La storia merita di essere letta accompagnata dal corpo delle illustrazioni con cui è nata. Questo libro è consigliato in internet dagli 8 anni in su; spero di “somministrarlo” a Viola un po’ prima… magari al posto dell’ennesimo antibiotico. Parentesi: per chi fosse appassionato come me di illustrazioni e altri prodotti letterari per ragazzi, consiglio vivamente la Lovat di Padova Est. E’ ben fornita e l’area per bambini non è compressa logisticamente come nelle altre librerie. Un segnale di attenzione al mondo dal basso.

Gli acquerelli di Marina Marcolin (http://www.marinamarcolin.blogspot.com/) sono straordinari, tolgono il fiato. Se ci guardiamo attorno, dove adulti e bambini vivono senza paura l’esibizione mediatica, il testo della storia a cura di Lorenza Farina dedicato alla timidezza potrebbe sembrare anacronistico. Eppure questi bambini ci sono stati. Alcuni di noi hanno attraversato questi sentimenti difficili e bui. E ci sono ancora.
L’estate è un osservatorio di convivenza privilegiato, che dona scoperte e insolite consapevolezze sui minori: sempre un amico prete di ritorno da un camposcuola mi raccontava come una bambina avesse colto l’occasione della confessione per liberarsi e narrare di come si sentisse un bersaglio dei compagni di scuola per alcuni aspetti e di quanto ne soffrisse. E’ rincuorante che la bambina abbia sentito la necessità e al contempo abbia trovato il coraggio, di raccontare queste intime vicende ad un adulto e che attraverso di lui abbia recepito alcune modalità con cui provare ad attraversare “il tunnel”, che a quell’età sappiamo sembrare infinito e carico di fantasmi.
Anche nella storia di Viola non è rossa i compagni di classe sono un tormento infernale. Per Viola e per la nuova compagna con la frangia lunghissima, Nerina, che presa di mira al contrario impallidisce. “Nell’allegro frastuono” della classe talvolta si compiono delle violenze incomprensibili agli occhi degli adulti.  Per Viola l’arrivo di Nerina sarà il passepartout amicale per superare il disagio e l’esclusione. La storia si gioca con intelligenza sul linguaggio della pelle e porta ad osservare le persone nella sfera del non verbale, dove le maschere del linguaggio parlato non hanno cittadinanza. Nella nostra società la diversità  è una disabilità e Viola e Nerina simpatizzano proprio a partire da questo limite epidermico che le accomuna.
Il pensiero di oggi è breve e con semplicità raccoglie  il desiderio di adulta e madre di riuscire a decifrare con gli occhi del cuore quando un bambino e una bambina – non obbligatoriamente nostri! – s’infilano in tunnel del genere e poter far loro compagnia per la durata “chilometrica” di questa ferita che li renderà grandi e sensibili. E fare compagnia anche ai tanti “Gigi” della storia che si ergono a capofila tra i compagni del tormento violento della presa in giro. Anche in questi piccoli bulli c’è una ferita, forse ancora più difficile da stanare.
Timidamente, sogno un gruppo di adulti che spegne altre attività per cinque minuti e insieme ascolta la storia di Viola non è rossa. Ne usciremmo cambiati. In meglio.
.
.